Immersioni Tecniche in Mar Rosso
testo e foto di Alessandro Ziraldo
Il ritrovamentoAgosto 2006Siamo in Arabia Saudita, a Nord di Yambu e stiamo prendendo parte ad una crociera esplorativa con l'obiettivo di scoprire nuovi punti d'immersione in questo splendido ed incontaminato pezzo di mare. E' lunedì 14 Agosto e, dopo due immersioni piuttosto piacevoli, ci dirigiamo verso una laguna a 4 ore di navigazione da Hasani, isola situata di fronte al paese di Umm Lajj. La scelta di questa laguna, che si presenta con una forma ad arco frastagliato nel versante interno, come rifugio per la notte, non è affatto casuale: vecchie leggende di pescatori narrano di un relitto di un sambuco arabo carico di terracotte e porcellane cinesi che dovrebbe trovarsi proprio qui. Difficilmente queste leggende portano a qualcosa di concreto, considerando anche la vastità e la scarsa visibilità (max 10mt) della laguna; il brivido dell'avventura e il sapore della scoperta sono però un magnete troppo forte per lasciarci sfuggire un'occasione simile. Decidiamo dunque di cercare il relitto e costituiamo un gruppo di ricerca composto da quattro persone da mandare in avanscoperta. Ormeggiamo nella zona in cui, stando a quelle poche informazioni di cui disponiamo, dovrebbero trovarsi i resti dell'imbarcazione e cominciamo ad organizzare il lavoro e dividere i compiti: in due scenderemo muniti di macchine fotografiche, uno porterà con sé matita e lavagnetta per i rilievi, mentre l'ultimo si occuperà di ricercare elementi di particolare interesse per facilitare il compito agli altri componenti della squadra di ricerca. Entriamo in acqua e ci disponiamo in formazione orizzontale a qualche metro di distanza l'uno dall'altro, in modo da avere un raggio d'azione più ampio, d'accordo nel segnalare qualsiasi stranezza o irregolarità ci appaia sul fondo della laguna. Carichi di entusiasmo e speranza, procedendo parallelamente al reef che delimita la laguna, ci immergiamo mantenendoci pochi metri sotto il pelo dell'acqua per poter osservare la sabbia che scorre sotto di noi con una prospettiva più ampia oltre che per contenere il più possibile i consumi e l'accumulo di gas inerti. Contro ogni previsione, dopo un tragitto relativamente breve, ci troviamo - increduli - di fronte ad uno spettacolo incredibile: lo scheletro dello scafo del sambuco ben riconoscibile per il fasciame che ne costituiva le ordinate, si stende sulla sabbia a pochi metri da noi! Procedendo da Nord verso Sud possiamo distinguere chiaramente i tratti della prua che, costa dopo costa, conduce fino alla parte poppiera dell'imbarcazione dove il nostro sguardo viene rapito da qualcosa di anomalo: una strana macchia scura di grandi dimensioni occupa la zona dove, stando a ciò che sappiamo delle convenzioni dei marinai dell'epoca, dovrebbe esserci la parte del carico non stivata sottocoperta. Ci avviciniamo lentamente e piano piano, davanti ai nostri occhi increduli, la grande macchia scura si rivela essere un immenso cumulo di vasellame ed anfore di terracotta. Ci è necessario un grande sforzo per uscire dall'imbambolamento che ha colto tutti e quattro e metterci al lavoro per fare rilievi e scattare fotografie di ogni minimo particolare. Nel corso dell'immersione, dopo aver fatto un veloce giro dell'intero relitto e delle poche grandi anfore che lo circondano, ci concentriamo sulla parte centrale dello scafo, dove rinveniamo tazzine di ceramica finemente lavorata (e numerosi cocci di esse) con motivi floreali (le leggi arabe del tempo impedivano di raffigurare elementi umani, quindi, per non avere problemi, i committenti preferivano richiedere ceramiche decorate con motivi grafici di questo tipo) dai tipici colori accesi della tradizione centroasiatica. Spostandoci poi verso il carico ammonticchiato nella zona di poppa, notiamo che non si tratta di semplice vasellame, troviamo infatti piccole giare probabilmente adibite al trasporto di olio e bruciatori per incensi, all'interno dei quali si trova un piccolo rosone che serviva da sostegno per l'incenso che veniva poi bruciato dai carboni ardenti posti sotto di esso. Nell'esplorare i resti della nave, ci accorgiamo che, in alcuni punti, il fasciame si presenta con una colorazione visibilmente annerita, particolare che fa sorgere in noi il dubbio che la causa dell'affondamento sia da ricercare in un incendio occorso a bordo dell'imbarcazione, mentre si trovava ormeggiata nella laguna per trascorrere la notte al riparo dal mare, prima di riprendere il viaggio verso la sua destinazione, il mattino successivo. Il tempo trascorre veloce, senza che ce ne accorgiamo, almeno fino a quando vediamo apparire sopra le nostre bolle tutto il resto del gruppo che, insospettito dalla stasi in un unico punto delle nostre bolle, ha pensato bene di venirci a trovare mentre noi, con un certo rammarico, ci rendiamo conto di esserci dimenticati (presi com'eravamo dall'entusiasmo) di avvisarli del ritrovamento, ma anche di essere ormai rimasti con una riserva di aria esigua che ci costringe a riemergere lasciando il campo ai nostri compagni di viaggio. Effettuiamo altre immersioni sul relitto per poterne trarre il maggior numero di informazioni possibili. Durante l'intera fase di esplorazione, inoltre, recuperiamo un certo numero di anfore e vasi che, dopo una attento e meticoloso (oltre che difficoltoso!) lavoro di pulizia, decidiamo di donare al principe proprietario della barca con la quale siamo giunti sul posto. La nave: un affondamento tra storia e leggendaAdagiato su un fondale di 20mt, il relitto è ciò che resta di un Sambuco arabo lungo 30mt e largo 10mt. Costruito nel XVII secolo è la tipica imbarcazione commerciale che ha avuto per secoli funzione di ponte commerciale tra Asia e Africa. Il trasporto marittimo era decisamente più sicuro di quello terrestre e le rotte tra i due continenti erano innumerevoli, così come innumerevoli erano gli scambi effettuati e le imbarcazioni che svolgevano questo tipo di attività. Affondata intorno al 1700, la nave davanti a cui ci troviamo è, per la maggior parte, sepolta nella sabbia, quasi a custodire il suo carico, palesandoci solo una minima parte del prezioso carico che portava (e porta) con sé. Non siamo riusciti a risalire a un nome che la identifichi con precisione, un po' per la mancanza di dettagliate informazioni archivistiche, un po' probabilmente perché rientra nel lungo elenco di imbarcazioni "disperse in mare".Un altro mistero riguarda il suo affondamento: siamo certi che fosse ormeggiata all'interno della laguna per ripararsi per la notte o per una situazione meteo poco favorevole e piuttosto proibitiva, siamo inoltre quasi certi che la causa dell'affondamento sia da ricercare in un incendio divampato a bordo. Ciò che non sappiamo sono invece le cause scatenanti di questo incendio e qui, le cause possibili, sembrano essere sostanzialmente due. Secondo la prima ipotesi l'incendio, assolutamente accidentale, sarebbe divampato a bordo a causa di un problema con una parte dell'equipaggiamento o a causa della rottura di una lampada che avrebbe poi provocato il divampare delle fiamme lungo tutto lo scafo. La secondo ipotesi,più romantica pur se meno verosimile, vuole che i marinai abbiano volontariamente appiccato il fuoco alla nave per sfuggire ad un attacco o che, addirittura siano stati gli aggressori ad appiccare il fuoco alla nave per farla colare a picco. Potrebbe sembrare strano trovare degli aggressori, dei pirati in questa zona, eppure, è storicamente accertato che tra il 1696 e i primi anni del 1700, proprio in questa zona, spadroneggiava e depredava il temibile pirata William Kidd che, a bordo della sua Adventure Galley ha accumulato un gran bottino impadronendosi degli averi di ricchi pellegrini diretti alla Mecca e del carico in porcellana di diverse navi provenienti da Oriente. |












