Un relitto misterioso

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La prima esplorazione riuscita di un relitto a –130 metri nei mari italiani
Pubblicato su “SUB” Anno XX – N. 218 – Novembre 2003-11-03
Testo di Claudio Corti
Foto di Claudio Corti e Gianni Moliterni


Da pochi mesi è stato fondato il Gruppo Ricerche & Esplorazioni (G.R.E.) della T.S.A. (Trimix Scuba Association), il cui scopo principale è quello di ricercare nuovi relitti e nuove storie o avventure sul fondo del mare.
Così quando lo scorso mese di maggio il socio Francesco Carrara, di Pula, vicino a Cagliari, ci segnalò di essere passato per puro caso su di un punto rilevante del fondo che sicuramente doveva essere un relitto non ancora esplorato, la notizia ci sembrò particolarmente interessante e iniziammo subito ad approfondirla Ma in che zona si trova, quanto è profondo, sei sicuro che non sia stato ancora visitato dai subacquei o dai palombari?
Queste erano le domande che subito ponemmo a Francesco: "si - fu la sua risposta - sono sicurissimo perché nessuno lo conosce e nessuno me ne ha mai parlato".
E si sa che certe notizie, in certi ambienti legati alle immersioni profonde, corrono e si diffondono rapidamente. Il fondale era molto profondo, ben 131 metri, e il luogo dell'affondamento era un punto al largo di Capo Spartivento ove è facile trovare mare grosso con vento forte, onde notevoli e nella zona ci sono quasi sempre correnti impetuose.
Quando è affondato, di che nave si tratta, merci, passeggeri, militare, cosa portava?
Queste e altre domande restarono senza risposta. Francesco disse "nessuno ricorda più nulla, solo un mio amico pescatore si ricorda che suo padre gli aveva detto dell'esistenza di questo relitto e che i vecchi del posto lo chiamavano semplicemente, come in tanti altri posti di mare, il Vapore." Passammo la notizia in internet sul forum riservato ai brevettati TSA, e ci contammo: eravamo in quattro a sentirci pronti per tentare un'esplorazione a quella elevata profondità.
Nel giro di pochi giorni ci organizzammo per il viaggio e per il soggiorno e prima della fine di maggio ci ritrovammo tutti a Genova per l'imbarco sul nuovo ma splendido traghetto "LA SUPREMA", un vero lusso.
Appena arrivati a Pula, da dove saremmo partiti per effettuare queste esplorazioni ci sistemammo in un cottage preso in affitto e ci rechiamo subito da Francesco. Quindi organizzammo la ricarica miscele e preparammo le bombole per il giorno successivo. La prima immersione decidemmo che doveva essere considerata di messa a punto dell'attrezzatura e di allenamento e quindi scendemmo sul relitto di una bettolina a circa 80 metri di profondità.
Tutto precedette come programmato quindi lo stesso pomeriggio ci affrettammo a preparare l'immersione più impegnativa dell'indomani.
Vista la notevole profondità a cui dovevamo operare, che in realtà è oltre i limiti della subacquea Tecnica vera e propria, ritenemmo opportuno che ognuno si preparasse le sue miscele di fondo, di viaggio e di deco scegliendo i gas a lui più congeniali in base alle proprie esperienze ed abitudini. Qualcuno, infatti, sopporta una narcosi più elevata e preferisce avere il 55% di elio nella miscela di fondo, altri preferiscono portare la percentuale di elio al 60 o anche al 70%.
Io che ero l'unico ad usare un rebreather a circuito semichiuso come miscela di fondo avevo praticamente una Eliox. Il giorno seguente, di buon'ora, ci troviamo nel porticciolo di Cala Verde e, dopo aver imbarcato la non poca attrezzatura che caratterizza questo genere di immersioni, salpiamo per il punto stabilito. Soffia un maestralino teso; le onde, al passaggio di Capo Spartivento, si ingrossano notevolmente. A due miglia dalla costa ci fermiamo per un attimo di riflessione: che fare? Il mare potrebbe aumentare. E poi dobbiamo uscire verso il largo di altre nove miglia. Siamo indecisi, ma alla fine tutti concordiamo di cercare di almeno portarci sul punto del nostro obiettivo per vedere con lo scandaglio quanto il relitto si innalzi dal fondo. Li giunti poi decideremo il da farsi.
La fortuna comunque sembra dalla nostra parte: superato il punto critico le onde si fanno leggermente meno ripide e più regolari.
E la navigazione procede lentamente ma sicura.
Adesso siamo sul punto esatto. Francesco scorge sullo schermo della sonda il relitto che si alza dal fondo. Lo scandaglio indica -131 metri come profondità massima, ma i resti dello scafo sembrano salire anche sino a –115. Facciamo varie passate e la lunghezza della nave viene valutata da Francesco in una novantina di metri circa. Giungi a questo punto, visto che il mare sembrava essersi stabilizzato e non si sarebbe ingrossato ulteriormente, decidiamo di lanciare il pedagno e di prepararci per l'immersione.
Poco prima di mettere le bombole sulle spalle notiamo che c'è una certa corrente, ci viene la malaugurata idea di mettere una bombola di ossigeno sotto il pallone del pedagno e col canotto ci avviciniamo per prendere il pallone e legarvi sotto una bombola da 10 litri di O2, ma con il mare grosso ed il vento l'operazione si complica più del previsto. Alla fine comunque ci riusciamo. Finalmente. Adesso tocca a noi. Mettiamo le bombole sulle spalle e entriamo in acqua.
Io sono il primo a tuffarmi, e mentre attaccato ad una cima che avevano appositamente lasciato in bando dal pallone del pedagno, aspetto gli altri mi accorgo che le indicazioni sulle percentuali dell'ossigeno e del mio computer non funzionano.
Sembra bloccato. Faccio una prova scendendo sino a 7 – 8 metri ma il computer non si sblocca.
E pensare che il giorno prima aveva funzionato perfettamente.
Risalgo e comunico agli altri, che nel frattempo si erano radunati attorno alla boa, che sono costretto a rinunciare all'immersione. Così, amareggiato e deluso risalgo sul canotto.
Anche Francesco e Bruno, che ci assistono in superficie, restano delusi. Ma ora possiamo solo attendere la fine dell'immersione del gruppo e sperare che tutto funzioni a dovere.
Restare sul canotto non è facile. Le onde ed il vento non accennano a calmarsi e per la mia schiena è una vera tortura.
Infine, ecco i sub che riemergono. Ci avviciniamo col canotto e li raccogliamo il più velocemente possibile. Bisogna tirare in barca un sacco di bombole e di accessori, tutte cose pesanti, delicate e costose.
Solo quando tutti sono a bordo iniziano a parlare. "Siamo scesi sino a -131 metri – raccontano - ma il pedagno era nella sabbia, fuori dal relitto e la corrente lo trascinava sul fondo. Abbiamo seguito la traccia sul fondo per qualche metro ma il relitto non si vedeva, data la poca luce e la scarsa visibilità, e così abbiamo preferito ritornare al pedagno e risalire." Mi congratulo coi ragazzi e penso abbiano preso la decisione più saggia. A quelle quote non si può scherzare e se tutto non è a posto, è sempre meglio risalire subito.
Ripensando all'accaduto capisco cosa è successo. Normalmente, una volta lanciato il pedagno, non viene più toccato, mentre questa volta, spaventati dal mare e nel timore che i 4 sub fossero costretti a risalire in punti diversi, abbiamo voluto mettere una bombola di emergenza sotto il pedagno stesso. Questo è stato determinante per il fallimento della missione. Spinto dal vento e dalla corrente, mentre noi lavoravamo attorno alla boa per agganciare la bombola di O2, il peso del canotto ha spostato il pedagno e lo ha tolto da relitto. Poi la forza esercitata dalla corrente sulla bombola sospesa sotto il pallone, ha fatto il resto, trascinando il peso sul fondo.
Al rientro passiamo tutto il tempo sino a sera a preparare le nuove miscele e a fare programmi per l'immersione successiva. Sui volti dei miei compagni di avventura leggo la delusione per la "sfangata" più profonda della loro vita, ma vedo anche l'entusiasmo che dimostrano di avere partecipando a questa nuova scoperta.
Domani è un altro giorno. Lo ha gia detto qualcuno al cinema, ma è proprio vero.
Solito appuntamento all'alba e partenza con l'"otto metri" di Francesco. Alle 10,30 siamo nuovamente sulla verticale del relitto.
Scandagliamo bene prima di lanciare il pedagno, che abbiamo appesantito con ulteriori 10 Kg.
Al via di Francesco butto il pedagno e con lo sguardo seguo la discesa della cima verso il fondo.
Rifacciamo alcuni passaggi vicino alla boa e poi, convinti di aver centrato il relitto, ci prepariamo per l'immersione. Intorno a noi passano molte navi militari ed ogni tanto dall'acqua esce un “BIP” strano. Ma in quel periodo sono i corso le esercitazioni della NATO, e meno male che noi siamo appena fuori dal tratto di mare interdetto alla navigazione.
Ci tuffiamo in acqua quasi contemporaneamente ed appena pronti via inizia la discesa. La velocità, con cui scendiamo verso il fondo, si stabilizza attorno ai 25-30 metri al minuto. L'acqua diventa subito molto fredda e a 60 metri vi è anche una netta linea di torbidità. Infine, dopo poco più di 4 minuti, eccomi arrivato sul fondo. Vedo il pedagno nella sabbia e per fortuna, alcuni metri sulla sinistra, vedo la fiancata della nave. Ci siamo. Raggiungo il relitto per primo e con la luce della mia lampada precedo gli altri compagni. Risaliamo la murata della nave e vediamo di essere giunti sopra una stiva, sul fondo della quale vediamo grossi sassi. Alla mia destra scorgo quella che sembra una tuga e salgo per visitarla. Nella parte più alta della tuga vi è una porta tra due finestre. E proprio nel mezzo della porta scorgo la cernia più grossa mai vista da me nel mediterraneo. Il pescione mi osserva curioso. tento di richiamare l'attenzione del Gianni che sta riprendendo con la telecamera, ma lui, intento a guardare nel mirino, non si accorge dei miei segnali.
Allora salgo verso la cernia che si sposta lentamente, uscendo da mio campo visivo, girando attorno alla tuga. Dato che non sono un pescatore potete credermi quando vi dico che era almeno sui 90 chili! Ovviamente non sono riuscito a fotografarla, dato che si teneva comunque a distanza di sicurezza.
Anche Marco, che nel frattempo aveva fatto il giro attorno alla tuga, la scorge prima che pigramente si dilegui. Ci troviamo praticamente sulla parte più elevata di quella zona del relitto. Vi sono della gruette rivolte verso l'esterno dello scafo e ciò che rimane di maniche a vento o fumaioli.
Il profondimetro, “Elios” a lancette, che sul fondo marcava –130, in questa zona segna i -119, i computer della Uwatec si sono bloccati a –119 lo Smart Pro e a – 127 l'Aladin AirZ-O2, i Suunto, messi in modalità “gauge”, continuano a funzionare regolarmente e come profondità massima raggiunta indicano –131.
Abbiamo usato anche alcuni computer appositamente progettati per immersioni tecniche ma l'affidabilità per ora non è stata soddisfacente.
Mentre iniziamo a risalire nel blu scorgo nettamente la poppa tondeggiante della nave. Arrivati ai –90 metri lancio la boa a salciccia che avevo nella tanichetta ed iniziamo la risalita lungo la cimetta del pedagno stesso. In superficie quelli del gommone avvistato il galleggiante a salame e, secondo gli accordi, calano in acqua una robusta cima decompressiva zavorrata, con legata a –60 metri una bombola di Trimix Normossico buono per ogni emergenza. Tutto si conclude felicemente e dopo una veloce navigazione lungo le splendide coste della Sardegna sudoccidentale rientriamo nel porticciolo di Cala Verde giusto in tempo per iniziare a ricaricare le bombole per l'indomani. Finiamo le ricariche a alle 19,30: è stata veramente una giornata piena, iniziata alle 07,30 del mattino.
Mangiamo un boccone e distrutti subito crolliamo addormentati.
Il giorno dopo, altra spedizione sul relitto misterioso, ma questa volta ci accordiamo con Francesco per cercare di scendere a prua.
Raggiunto il relitto procediamo lentamente e con attenzione nelle operazioni di scandaglio, in modo da identificare bene la prua, e gettiamo il piombo nella zona prescelta.
Procediamo alacremente nella vestizione ed appena pronti giù, per una rapida discesa. Arriviamo ancora nella sabbia di fianco al relitto ma in una zona diversa dalla precedente: in questo punto la murata di sinistra è rotta. Entriamo all'interno dello scafo e come da accordi presi in precedenza Marco Benvenuti raccoglie due pezzetti di “roccia” componente il carico per controllare di quale materiale si tratti.
Io mi infilo sotto la tuga principale e vedo, sul soffitto, un grosso grongo che però mi mostra la coda. Cerco, ancora una volta, di richiamare l'attenzione del Gianni, che ha la telecamera, ma è sempre troppo intento a guardare nel mirino per accorgersi dei miei richiami. Allora torno indietro e passo all'esterno della nave sulla cui fiancata mi era parso di aver visto alcune finestre. Gianni mi segue e riprende tutto. Quelle che sembravano finestre in realtà credo siano le parti di lamiera più sottile che sono state per prime corrose dal mare. E praticamente ora sono rimaste quasi solo le parti in ferro pieno che costituivano l'ossatura della nave. Attraverso queste fenditure nella fiancata dello scafo illumino il muso del grongo, ma questi certo poco avvezzo a farsi sparare in faccia la luce di una lampada da 100 watt si allontana immediatamente e non riesco neppure a mostrarlo al Gianni. È destino!
Riusciamo però a filmare la fiancata di dritta della nave, con le lamiere stranamente pulite e quasi senza incrostazioni. Si vedono chiaramente le borchie dei bulloni con cui venivano fissate tra loro le lamiere degli scafi fino dopo la Grande Guerra. Nel risalire sulla tuga, Marco raccoglie anche una lucerna dell'epoca. A casa poi ci accorgeremo che conserva ancora lo stoppino e tracce di petrolio, di cui si sente persino l'odore. Risaliamo col solito sistema: lancio del pedagno dai 90 metri e deco appesi sotto al gommone, andando alla deriva.
Recuperato tutto il materiale rientriamo al solito il più velocemente possibile.
A terra dopo aver ricaricato le bombole, finiamo sempre verso sera, ceniamo velocemente in una pizzeria e appena rientrati in casa abbiamo ancora la forza e la voglia di visionare i filmati del Gianni. Esaminiamo anche i sassi riportati in superficie E Marco De Maria, che è geologo, si accorge subito che si tratta di semplicissimo carbone. Quindi la nave, all'epoca del suo affondamento era adibita al trasporto del carbone.
Il giorno successivo scendiamo ancora nella zona centrale, ma c'è corrente già dalla superficie, che aumenta poi di intensità sotto i 60 metri, con direzione da ovest a est. Siamo costretti i pinneggiare molto per non perdere la cimetta del pedagno e giungiamo sul relitto stremati, nella parte centrale. Sono abbastanza fortunato, però, perché riesco a fotografare subito una cernia di discrete dimensioni, anche se sembra la figlia di quella che ho visto il primo giorno. Pochi metri dopo, fatti sempre pinneggiando contro corrente, uno dei sub del gruppo accusa dei crampi al polpaccio. Allora, di comune accordo, decidiamo di sospendere immediatamente l'immersione e di iniziare una corretta risalita. Nella fase di risalita il dolore dei crampi si attenua, forse l'acqua più calda aiuta il subacqueo colpito. Però lo facciamo risalire ugualmente a “BRACCIA” sulla cimetta della mia boa a salame e gli impediamo anche il minimo pinneggiamento, lasciandoci portare dalla corrente. La subacquea è fatta anche di queste cose, dispiace troncare un'immersione prima del previsto, o addirittura rinunciare ad una immersione da tempo agognata, ma bisogna essere realistici, in mare tutto può cambiare, se oggi non puoi fare una cosa in sicurezza meglio rinunciare, la si farà domani o la settimana dopo o il mese dopo o l'anno successivo.
Ciò che più importa e che non può essere rimandato è la sicurezza, per tutto il resto c'è sempre tempo. Siamo da poco usciti dall'acqua quando passa vicinissimo al nostro gommone una grande PORTACONTAINER. Ci avrà visto? Il dubbio ci rimarrà sempre: anche a 11 miglia da costa si potrebbe essere travolti da una nave.
E per fortuna che eravamo già tutti sul gommone, il passaggio di una grossa nave così vicino per chi si fosse trovato in immersione sarebbe stato molto fastidioso.
L'indomani decidiamo di esplorare ancora la zona di prua. Giunti vicino al punto d'immersione veniamo avvolti da una fitta nebbia. La visibilità arriva al massimo a 30 metri. Individuato con lo scandaglio ed il GPS il relitto lo pedagnamo ma poi sentiamo vicino il corno di una nave di passaggio. Ma il brutto e che non si riesce a vedere la nave. Decidiamo di aspettare sperando che si alzi la nebbia. Dopo mezzora la nebbia persiste, ma la nave si è allontanata, quindi decidiamo di immergerci ugualmente.
Oggi la corrente è praticamente nulla e l'acqua è molto limpida. Scendiamo veloci, a Marco Benvenuti, in una delle immersioni precedenti, era caduta dalle mani una grossa lanterna: vogliamo tentare di ritrovarla. La discesa si svolge senza inconvenienti e giungiamo sul ponte proprio vicino alla tuga di prua.
Appena arrivati sul relitto tre grosse cernie ci corrono incontro. Ormai devono essersi abituate alla nostra presenza ed ai nostri rumori e non hanno più paura. Praticamente oggi vengono a toccarci le pinne. Io mi accorgo che la macchina fotografica non funziona, è spenta e non vuole saperne di accendersi. Vedo che Gianni con la telecamera corredata da due potenti lampade da 150 watt ognuna sta filmando le cernie. Finalmente ci riesce, mi dico.
Facciamo un giro attorno alla tuga per cercare la lanterna del giorno prima quando scorgo, fissata sulle lamiere della nave una targa. Segnalo la cosa a Marco e lui, che è il “tuttofare” del gruppo inizia a raschiarla col coltello. Gianni lo inquadra e lo illumina coi potenti fari. Li lascio intenti a quella importante operazione che dovrebbe permetterci di dare un nome al relitto, ed esploro i dintorni dello scafo. Scorgo un oblò caduto sul fondo probabilmente a causa dell'impatto dell'affondamento: si nota chiaramente che si è anche deformato. Vedo che i miei compagni sono ancora intenti a ripulire la targa ed allora decido di tentare il recupero dell'oblò e cerco di strapparlo dal fango in cui è imprigionato per il 50% della sua altezza.
Svolta sott'acqua, a -130 metri, l'operazione si presenta molto più faticosa del previsto. Poi quando riesco a liberarlo dai sedimenti del fondo e devo sollevarlo, mi accorgo che è molto pesante. Decido di non fare tutta la risalita con un peso che giudico eccessivo tra le mani e mi avvio verso la cima del pedagno che so essere non molto distante. In questo seppur breve tragitto faccio molta fatica e rischio l'affanno. Controllo sul quadrante del mio Aladin AirZO2 la percentuale di ossigeno presente nel circuito respiratorio del mio rebreather e vedo che sta calando paurosamente. Col by-pass immetto subito miscela fresca nel circuito e alla fine, stremato, giungo alla cima di risalita, alla quale, con dei nodi da provetto “Marinaio”, fisso l'oblò.
Nel frattempo anche gli altri mi hanno raggiunto e così iniziamo la risalita. Guardo Marco negli occhi. per sapere se la ripulitura della targa è riuscita, ed egli mi fa segno “ok”, indicandomi la cinepresa del Gianni. Bene l'identificazione della nave dovrebbe essere a portata di mano.
La risalita, avvenendo sulla robusta cima del pedagno principale, è più agevole del solito.
Così appena issati sul gommone i subacquei e tutto il materiale chiedo al Gianni se ha filmato tutto.
E lui risponde "No, in questa che è stata l'immersione più bella la telecamera non funzionava. Ha funzionato bene sino a -30 metri, poi inavvertitamente devo aver toccato qualche pulsante e la telecamera si è spenta. Quando siamo arrivati giù ho tentato di riaccenderla, ma a –130 metri con la forte pressione esercitata sulla custodia non sono più riuscito a spostare la levetta di comando." Allarmato mi giro verso Marco e gli chiedo cosa c'era sulla targa. "Non so, - mi risponde - non sono riuscito a leggere perché ero troppo vicino per pulirla. So solo che erano quattro righe, che in basso c'era la sigla LTD. Nelle quattro righe ho visto delle lettere ma i nomi non li ricordo. C'era una H, una o due M, una W, una S forse anche una K ma non mi ricordo i nomi che vi erano scritti e neppure le date" Torno a guardare il Gianni ed anche lui dice la stessa cosa: "Ero troppo impegnato a tentare di riaccendere la telecamera quindi non ho segnato cosa c'era scritto sulla targa; pensa che avevo anche la lavagnetta in una tasca del jacket." Mi mangerei le mani. A me non funzionava la macchina fotografica quindi non mi sono avvicinato a loro per non disturbare le riprese, al Gianni non andava la telecamera a giustamente Marco stando troppo vicino e raschiando la targa poteva vedere solo una lettera per volta, poi non essendo le scritte in italiano non si ricordava più cosa avesse letto.
E quella era l'ultima immersione in programma. Il giorno dopo era quello della partenza.
Ora non ci resta che cercare nei libri e negli archivi.
Abbiamo contattato molte persone esperte e speriamo di riuscire a raccogliere dati a sufficienza per poter procedere ad una sicura identificazione. Altrimenti organizzeremo un'altra spedizione.
Se riusciremo nel nostro intento sarà nostra premura darne subito una rapida comunicazione ai lettori dalle pagine di questo sito.



Componenti del “Gruppo Ricerche & Esplorazioni della Trimix Scuba Association” che hanno partecipato alla scoperta del relitto "misterioso"


SUBACQUEI a -130: Claudio Corti, Marco Benvenuti, Gianni Moliterni, Marco De Maria.
ASSISTENTI DI SUPERFICIE: Francesco Carrara, Bruno Sirigo, Alessandro Monni e Francesca Toccori.
RICERCA STORICA: Dr. Giorgio Spazzapan, Dr. Angelo Patruno, Dr. Pietro Fagioli e Dr. Marco Saibene

Per le decompressioni sono state utilizzate delle TABELLE ricavate con il nuovo software decompressivo V-Planner/B
Computer utilizzati come Timer e Profondimetri: Uwatech Aladin Smart – Ultra – AIR-Z – AIRZO2 - Suunto Vyper – Suunto - Abyss Explorer

Attrezzature e configurazioni

Marco Benvenuti
Bibo 20+20 Trimix di fondo
Mono 12 lt Trimix di viaggio
Mono 12 lt EAN50
Mono 12 lt in superficie con O2
La configurazione era come quella spesso utilizzata da Sheech Esley, ovvero 4 bombole sul dorso.

Marco De Maria e Gianni Moliterni
Bibo 18+18 con Trimix di fondo
Mono 15 lt con Trimix da viaggio 18/20% O2
Mono 12 lt con EAN40
Mono 10 lt in superficie con O2
La configurazione era simile a quella dei corallari con 3 bombole dietro il dorso, con però in più il mono di EANx laterale a sinistra, l'ossigeno era calato dal gommone.

Claudio Corti
Rebreather a circuito semichiuso meccanico auto-miscelante a comando manuale.
Erogatori per emergenza Scubapro R190 sul nitrox e G250 sul trimix.

Attrezzatura Video telecamera Sony 3 CCD in custodia NIMAR.
Attrezzatura fotografica Nikon F4 in custodia Uggy Phot
Erogatori dei tre sub con ARA: Scubapro D400 e G250, Poseidon Jetstream e X-Tream, Modulo M tipo Oxigen Titanio, Dacor Viper.
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Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2007

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