Articolo pubblicato sulla rivista “SUB” numero 226 del mese di Luglio 2004.
Testo e foto di CLAUDIO CORTI
L’AUTORESPIRATORE A CIRCUITO SEMICHIUSO TRA I CORALLARI DELLA SARDEGNA, UNA INDAGINE NEL MONDO DEI CERCATORI DI ORO ROSSO
QUANDO NELLA SUBACQUEA RICREATIVA DI APPARECCHI PER LA RESPIRAZIONE SUBACQUEA A RICIRCOLO DI GAS, NEMMENO Sì PARLAVA, I CORALLARI GIÀ LI USAVANO PER DISCESE FINO A 130 METRI DI PROFONDITÀ. LA PERCENTUALE DI INCIDENTI IN UN CONTESTO DI MIGLIAIA DI IMMERSIONI È STATA QUASI NULLA, A RIPROVA DEL FATTO CHE, SE BEN UTILIZZATI, QUESTI APPARECCHI SONO SICURI.

Parlare di immersioni profonde, oggi, vuol spesso dire parlare anche di rebreather; sia a circuito chiuso (CCR) sia a circuito semi chiuso (SCR). Il sillogismo è scontato, perché credo che, ormai, alcune caratteristiche peculiari di questi apparecchi, come la grande autonomia alle grandi profondità e la possibilità, ormai in entrambe i tipi di apparato, di poter respirare sempre la "best mix", cioé la miscela ideale, a tutte le quote, non possono essere disconosciute nemmeno dai sub più conservatori, o più prudenti. Caso mai, qualcuno potrebbe ancora avere dei dubbi sulla reale affidabilità di questi autorespiratori, soprattutto in quelli che funzionano a controllo elettronico. Tutto sommato questi apparati non sono molto diffusi in entrambe i modelli, quindi, difficilmente inseribili in una casistica che li ponga definitivamente al di sopra di ogni sospetto.
Io uso da anni un Azimuth AF a circuito semi chiuso, lo ho utilizzato anche in parecchie immersioni sino a 150 metri, e il direttore di “SUB”, Guido Pfeiffer, utilizza da quasi altrettanto tempo un Buddy lnspiration, a circuito chiuso, per immersioni a profondità elevate, e sino ad oggi non abbiamo mai avuto alcun problema, neppure nelle discese più fonde e impegnative.
Ciò, ovviamente, non basta per assolvere né i CCR né gli SCR, che, inutile negarlo, qualche incidente, anche recente, lo hanno avuto, benché sembri che, almeno nella maggioranza dei casi, le responsabilità non siano tanto delle macchine quanto degli stessi utilizzatori, i quali potrebbero aver commesso un'imprudenza, o peccato di superficialità nei controlli pre immersione, che invece devono sempre essere severissimi e completi.
Per avere, perciò, un quadro più attendibile della situazione, ho pensato di rivolgermi alla categoria di professionisti subacquei che forse più di ogni altra è interessata all'uso dei rebreather nelle immersioni profonde: mi sono rivolto ai corallari, che ogni giorno, e spesso per due volte al giorno, si immergono tra i 100 e i 140 metri di profondità in cerca del sempre più raro "oro rosso". Il risultato è stato più che soddisfacente, perché dalla mia piccola inchiesta è emerso che alcuni corallari hanno cominciato ad adoperare i rebreather a circuito semi chiuso addirittura quando nel mondo della subacquea ricreativa ancora non se ne parlava e quasi non si sapeva neppure della loro esistenza.
Tra i corallari che hanno utilizzato il rebreather FGG III, a circuito semichiuso, la percentuale degli incidenti dovuti a malfunzionamento degli apparecchi è stata praticamente nulla.

Durante una vacanza in Sardegna, mentre passavo da Alghero per salutare alcuni vecchi amici corallari con i quali avevo fatto le mie prime immersioni trimix, ebbi l’occasione di conoscere Cino Sacco, che è stato proprio uno tra quei corallari che hanno usato il rebreather. Così lo interpellai e mi faci raccontare le sue esperienze.
Cino iniziò a lavorare sul corallo nel 1977 e in quegli anni usava un tribombola composto da due bombole da 18 litri ed una da 15 litri, contenenti una miscela eliox per il fondo e una trimix per il viaggio; in risalita, ai 50 metri, dalla barca gli calavano una bombola d'aria e, infine, prima del salto nella camera di decompressione installata a bordo, una manichetta con ossigeno puro. Con il collega Claudio Beux, Cino lavorò in questo modo sino al 1981, quando conobbe il grande Leonardo Fusco, uno dei primissimi corallari che operarono in Sardegna ai tempi d'oro e che già dal 1976 aveva iniziato a lavorare con un rebreather della Draeger.

Al sopraggiungere della stagione 1982, si sparse la notizia che sui banchi di Alboran, davanti allo Stretto di Gibilterra, si stava raccogliendo moltissimo corallo.
Gino Bagliani, Paolo Bencini, Claudio Beux, Mario Bulciolu, Giovanni Maianti, Antonio Murru e Cino Sacco decisero di tentare insieme l'avventura e di partire per il Mare di Alboran.
In quella zona, caratterizzata da correnti impetuose e repentini cambi di tempo, vi erano, però, anche altri problemi non meno pressanti, primo fra tutti quello del rifornimento di elio.
Una soluzione poteva essere quella di adottare un rebreather; che faceva risparmiare molto gas. Venne deciso, quindi, di acquistare il modello FGG III della Draeger, già provato da Fusco e forse, allora, l'unico disponibile.
Con un rebreather ciascuno, il gruppo dei corallari sarebbe potuto partire con tutte le scorte di gas necessarie già in barca, e quindi si sarebbe liberato dalla schiavitù degli approvvigionamenti, difficili oltre che costosi.
Sette furono gli apparecchi acquistati, al prezzo di 8.550.000 lire l'uno, che per quei tempi era una cifra veramente considerevole, specialmente se si pensa che una bella automobile costava meno.
La sorte volle che i permessi per Alboran non giungessero in tempo e quindi i sette corallari, per non perdere la stagione, partirono per il Banco Terribile, tra la Sicilia e l'Africa, a sud di Sciacca. E anche Cino, come gli altri, dopo essersi abituato, durante l’inverno, al suo uso nelle acque intorno all'isolotto di Bergeggi, iniziò a utilizzare il rebreather per lavorare sul Banco Terribile.
Da allora, e per molti anni, ha sempre adoperato il rebreather per tutte le sue immersioni fatte in cerca del corallo.
In ogni campagna di pesca, che dura dal 15 maggio al 15 novembre, vengono effettuate circa cento immersioni a profondità variabili tra i 90 e i 130 metri.
Normalmente se ne fanno due al giorno e almeno il venticinque per cento sono fatte alla massima profondità.
Per cui chiesi a Cino se non avesse mai avuto incidenti usando il rebreather.
«No, mai, - mi rispose, - e che io sappia neppure gli altri corallari che lo usavano hanno mai avuto incidenti dovuti all'apparecchio».
In tutti questi anni di lavoro qualche casa, magari una lieve MDD (malattia da decompressione), ti sarà pure capitata...
"Sì, purtroppo, ma non dovuta all'apparecchio... "bends" e le PDD (patologie da decompressione) più gravi sono ricorrenti nella pratica delle immersioni profonde ripetute con regolarità, ma solo una volta ho avuto un'intossicazione di ossigeno al sistema nervoso periferico".
Come ti è successo?
«Stavo lavorando in Tunisia, sui banchi vicino alle Galite, e un giorno, che eravamo ormeggiati alla Galita Grande, si è avvicinata una barca da pesca di Marsala e i pescatori ci hanno fatto vedere che nei palamiti che avevano appena salpato erano rimasti impigliati dei pezzi di corallo. Ci siamo fatti dare il punto e all'indomani siamo andati a vedere.
«Si trattava di una secca molto fonda, con il cappello a 118 metri e le pareti che scendevano verticali sino a 165 metri. Il mio socio, Claudio Beux, è sceso per primo e ha ispezionato la pettata di libeccio, ma quando è risalito mi ha detto che di corallo laggiù non ce n'era. E che per lui avremmo potuto andarcene anche subito. Io, invece, ho insistito per scendere a mia volta e perlustrare il versante di scirocco.
Con il mio rebreather sono sceso oltre i limiti di fondo scala del profondimetro meccanico che usavo e, quando in basso ho visto le macchie scure del fondo, ho valutato di essere a una profondità approssimativa di 144 - 147 metri, tanto è vero che sono implosi i due faretti illuminatori che portavo in testa. Temendo di aver raggiunto una profondità eccessiva per le mie tabelle di decompressione, ho iniziato a respirare ossigeno a una quota molto più profonda del solito. E quando ho fatto il salto in camera, mi sono fatto ricomprimere in ossigeno sino a 18 metri. Ero intento a leggere un giornale quando ho cominciato ad avvertire strane sensazioni alla punta delle dita. Non si trattava di intossicazione del SNC (sistema nervoso centrale), ma, per fortuna, solo di una vasocostrizione periferica causata dalla eccessiva quantità di ossigeno respirato.
In ogni caso il rebreather non aveva colpa «Devo ammettere che inizialmente c'è stata una certa riluttanza da parte dei più vecchi nei confronti dell'apparecchio, ma quando hanno visto che si potevano fare ugualmente immersioni a 110 metri con più di un nodo di corrente si sono dovuti ricredere...
Un po' di abitudine al by-pass, e giù in picchiata a più di 50 metri al minuto.
Per arrivare a 110 metri ci mettevo due minuti.
La maggiore autonomia che il sistema a recupero permette non viene utilizzata per aumentare la permanenza sul fondo, ma torna utile, per esempio, come emergenza e in caso di ritardo nel recupero del sommozzatore, il quale può comunque continuare la decompressione, anche se con una miscela un po' più povera di ossigeno.
Del resto, è sempre meglio decomprimersi così piuttosto di dover "pallonare" per mancanza di gas da respirare.
L’apparecchio, comunque, deve sempre essere dotato di un sistema d'emergenza in circuito aperto, anche se durante tutti questi anni non ho mai dovuto farne uso".
Un altro corallaro che mi ha parlato dei rebreather è stato Raffaele Foddai.
Era l'inizio di giugno del 2001 quando sono uscito in mare con Raffaele, uno degli ultimi corallari sardi che ancora in quella data si immergeva per corallo usando il rebreather.
Eravamo partiti dal porto di Alghero e durante la navigazione Foddai preparò coscienziosamente il suo rebreather e i suoi attrezzi di lavoro per la raccolta del corallo. Ma, appena giunti sul sito di immersione, al largo di Capo Caccia, iniziò a soffiare il maestrale, per cui dovemmo rientrare senza poterci immergere. Per i corallari si trattava di una giornata di lavoro persa, ma io approfitta dell'occasione per farmi raccontare bene da Raffaele quali erano i suoi metodi di immersione e quali incidenti gli erano capitati in tutti quegli anni di lavoro col suo autorespiratore a circuito semichiuso.
Calcolando che Foddai usa il rebreather dal 1987 e che anche lui effettua circa un centinaio di immersioni in ogni stagione di pesca, solo tre volte ebbe problemi.

Due volte si allagò la calce sodata. La prima volta era entrata un po' d'acqua e lui in immersione non se ne era neppure accorto, se ne accorse solo quando cambiò il filtro.
La seconda volta fu più grave: Raffaele si dimenticò di montare l'O-ring del coperchio del filtro della calce e l'allagamento del filtro fu totale.
"Soltanto verso la fine dell’immersione avvertii delle difficoltà respiratorie, - raccontò, - ma ormai mi mancava poco, finii il lavoro e risalii. Quando l'apparato fu issato in barca e io ero ancora in mare con l'ossigeno, i marinai mi avvisarono con il telefono subacqueo che il respiratore era molto più pesante del solito, e poi mi dissero spaventati: guarda che è allagato! E io con il laringofono risposi: è allagato? Ecco perché ho dovuto gonfiare il gav più delle altre volte!".
Raffaele non ricordava di aver avuto particolari malori, né durante né dopo quell'immersione.
"Forse - spiegò - avvertivo solamente una leggera sensazione di malessere, come se qualcosa non funzionasse alla perfezione. Quindi con il by-pass davo gas più frequentemente del solito per rinnovare la miscela nel sacco polmone. Un attimo di panico l'ho provato, invece, la terza volta in cui mi si è presentato un problema con il rebreather, quando mi e scoppiata la frusta del Gav. Però devo proprio dire che anche quella volta fu colpa mia, perché avrei dovuto sostituirla fin dal giorno prima, essendomi accorto che era logora.
La perdita di gas fu tale che in non più di trenta secondi la bombola di 10 litri si era completamente vuotata.
Sul mio rebreather, che per altro ho modificato, ci sono due bombole di miscela, una solo di back-up, così sono risalito respirando in circuito aperto sino alla quota di cambio con l'aria, dove ho iniziato a respirare dalla bombola calata dalla barca e poi dal narghilè dell’ossigeno, e tutto è andato bene".
Negli anni Novanta c'è stata una specie di interregno nell'uso dei rebreather tra i corallari, dato che nessuno più li utilizzava. Probabilmente perché sul mercato non erano ancora arrivati gli SCR e i CCR di adesso, con prezzi e prestazioni adatti anche a chi pesca corallo.

Oggi, Raffaele Foddai, Paolo Bencini, Cino Sacco, Massimo Camuso e molti altri hanno smesso di scendere negli abissi alla ricerca dell'oro rosso e di utilizzare i rebreather, ma si sta affacciando alla ribalta una nuova generazione di sommozzatori.
L'unico “anziano” che continua a usare un apparato Draeger FGG III modificato è Antonio Sperotti, mentre i giovani stanno pensando di utilizzare gli Azimuth AF a circuito semichiuso o altri modelli sempre a circuito semichiuso o semichiuso/chiuso meccanico. Di conseguenza, sono convinto che, con l'apparizione sul mercato di nuovi modelli di rebreather, sempre più perfezionati e meno costosi, l'uso di questi apparecchi da parte dei professionisti del mare non potrà che riprendere. Lo stesso Claudio Beux, dopo aver lasciato la pesca del corallo, ne ha addirittura progettato uno suo che sta per essere messo definitivamente a punto e poi sarà immesso sul mercato. Come dire che il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
