La Gondola Lariana di San Siro
Articolo pubblicato sul mensile "SUB" n 248 in data Maggio 2006
Affondata nel 1934 in seguito a una via d'acqua, è ancora incredibilmente in buono stato e ora giace su una ripida china fra i 30 e i 40 metri di profondità. È lunga circa 25 metri, navigava a vela e a remi e negli ultimi anni della sua vita veniva impiegata per il trasporto della sabbia estratta dalle cave dell'Adda e del Mera. Il suo ritrovamento aggiunge un altro tassello alla storia della navigazione commerciale dei nostri laghi. Fino al giorno prima il tempo era stato grigio, piovoso e moderatamente freddo, non lasciando presagire nulla di buono, invece in quella domenica mattina di metà novembre il sole aveva scacciato inaspettatamente le nubi, il vento era venuto giù dalle montagne soffiando verso la pianura e sul Lago di Como, cosparso di piccole ma fitte creste bianche e schiumose, la luce risplendeva quasi con violenza, rimarcava le ombre e ravvivava i colori. Interpretammo quel repentino cambiamento meteorologico come un buon auspicio, perché stavamo andando a cercare il relitto di una gondola lariana. L'aria tersa consentiva di vedere lontano, molto più del solito, così a ogni tornante della stretta e tortuosa costiera che porta verso l'alto ,lago e attraversa una moltitudine di paesini il panorama assumeva un aspetto sempre diverso e le distanze sembravano più corte. L'abitato di San Siro, dove eravamo diretti, era sembrato li a due passi, ma in auto stavamo scendendo e salendo lungo la strada senza arrivare mai. Claudio Corti, presidente della TSA e componente del team di profondisti di SUB specializzato nella ricerca di navi affondate, guidava e intanto spiegava che, nonostante le apparenze, la strada su cui stavamo viaggiando non era affatto antica come si poteva supporre. Prima degli anni 30, lì c'era una strada sterrata dove passava qualche carro trainato da buoi, o cavalli, mentre il traffico commerciale, che univa i vari centri rivieraschi, si svolgeva interamente sul lago, prima con i comballi, grossi barconi a vela robusti e molto pesanti, e poi con le gondole lariane, più agili e veloci, anche se meno capienti. Di comballi non ce n'è praticamente più e per vedere com'erano fatti bisogna accontentarsi di guardare qualche stampa o qualche dipinto dell'epoca. L'unico ritrovato ancora intero è sul fondo della Baia di Piona, a una trentina di metri di profondità, come a suo tempo pubblicammo su SUB, ed è davvero un peccato lasciarlo marcire laggiù. Se qualche ente culturale se ne facesse carico, si potrebbe tentare di recuperarlo per restaurarlo e metterlo in un museo a disposizione del pubblico. Sarebbe una testimonianza importante della storia della nostra navigazione in acque interne. Di gondole, invece, ve ne sono ancora tre naviganti, ma sono le più moderne, quelle che avevano sostituito la vela e i remi originali con il motore e ancora venivano adoperate nel dopoguerra, sebbene già la maggior parte delle merci viaggiasse sui camion. La nostra gondola, quella che ci stava aspettando sui fondali di San Siro, era invece più vecchia, probabilmente risalente alla seconda metà del 1800. Una vera reliquia, anche se non l'unica. Per la verità, in quanto qualche anno prima ne avevamo trovata un'altra simile semi sepolta nel fango davanti a Tremezzo. Questa era la seconda, ma non per importanza. Prima di tutto perchè era più grande, avendo una lunghezza compresa fra i venti e i venticinque metri, poi perchè era pressoché intatta, dato che soltanto l'albero era caduto. Claudio era riuscito a rintracciarla grazie all'aiuto di due subacquei professionisti del Lago di Como, Rinaldo Marcelli e Urano Selva, i quali, girando un po' ovunque, si ricordarono di averla vista da qualche parte vicino a San Siro e diedero informazioni che, più tardi, si rivelarono molto utili, non solo per individuarla ma anche per ricostruirne la storia, che, tra l'altro, non ha niente ne di glorioso ne di romantico. Una storia anonima, insomma, fatta di lavoro, di fatica e di sfinimento, che però ha il merito di portare alla luce lo spaccato di una vita vera che, benché sepolta nella memoria, rappresentava un'epoca in cui la gente del lago abitava nelle case di pietra, i lumi erano a petrolio, il riscaldamento non c'era e nelle cucine piene di fumo ardeva sempre un fuoco nel camino, i vestiti erano di panni pesanti e infeltriti e le barche navigavano sempre e soltanto con il vento in poppa: il mattino, dall'alto lago in giù, verso Como o Lecco; il pomeriggio, dal basso lago in su, verso Colico, seguendo il giro delle brezze nelle giornate di bel tempo. Claudio Corti era capitato sul relitto seguendo le indicazioni di qualcuno del posto, che si ricordava di una gondola affondata tanto tempo fa, ancora prima della Seconda Guerra Mondiale. Era sceso in acqua da una spiaggia di ghiaia, aveva nuotato verso alcune boe di ormeggio, a una ventina di metri dalla riva, e si era immerso esplorando il ripido crinale fangoso che precipita, con un grande salto, oltre i 100 metri di profondità e poi ancora più giù, intorno ai 300. La gondola si trovava fra i 30 e i 40 - 45 metri, quasi sepolta in un limo spesso e denso. La poppa, che era la parte meno profonda, era rivolta verso terra e verso l'alto, la prua verso il largo e verso l'abisso. Nonostante la vicinanza alla costa e nonostante sapessimo dove fosse, non era affatto facile trovarla. Infatti, più di una volta non fa trovammo e il motivo era sempre lo stesso: l'acqua torbida e buia che faceva perdere l'orientamento e restringeva la visuale a non più di due o tre metri. Quella mattina di novembre, con il vento teso che scendeva dalle montagne già piene di neve e faceva rabbrividire il lago, la spiaggetta di sassi era deserta. Non avemmo, perciò, alcuna difficoltà a prepararci: muta umida di neoprene da otto millimetri con sottomuta per Claudio e muta stagna di Dive System in neoprene precompresso e tuta di pile per noi, che avremmo approfittato dell'occasione per immergerei per la prima volta con il nuovo rebreather elettronico automiscelante a circuito chiuso Buddy Evolution della ditta inglese Ambient Pressure. Come forse alcuni lettori che ci seguono ricorderanno, dato che ne abbiamo parlato diverse volte su SUB, era già da parecchi anni che usiamo un autorespiratori a circuito chiuso e seminchiuso, per cui eravamo curiosi di constatare quali fossero le caratteristiche di questo nuovo apparecchio. L'Evolution deriva dall'Inspiration e benché il funzionamento di base sia il medesimo, gli apparati sono in realtà diversi nella progettazione dell'elettronica e in alcuni particolari che riguardano sicurezza e la comodità di gestione. Intanto, l'Evolution è più leggero dell'lnspiration, venticinque chili contro trentacinque, ha bombole più piccole, due litri contro tre, e un canister ridotto, che contiene circa tre chili, invece di quattro, di sofnoline per depurare la miscela respiratoria dall'anidride carbonica. Poi, mentre l'lnspiration ha due elettroniche completamente separate, il master e il server, che fanno capo a due distinte console che si tengono generalmente sul petto, con il server pronto a sostituire il master in caso di avaria, l'Evolution ha anch'esso due elettroniche indipendenti l'una dall'altra, ma riunite in un unico strumento da portare al polso come un normale computer. E lo stesso strumento serve anche per monitorare l'immersione, per cui, sul display, oltre alla pressione parziale dell' ossigeno, indicata dai tre sensori in dotazione, ci sono pure i dati relativi alla profondità del momento, al tempo trascorso, alla profondità massima, alla curva di sicurezza, alla velocità di risalita, e poi tutti i parametri della decompressione, con deep stop, soste, eventuali cambi di diluente, trimix compreso. Infine, due novità assolute: un rilevatore di anidride carbonica, che è il pericolo più subdolo a cui ci espongono questi apparecchi, e un segnalatore a led rossi e verdi sistemato sul corrugato, accanto al boccaglio, da collocare a pochi millimetri dal vetro della maschera per indicare tempestivamente al subacqueo se qualcosa non dovesse funzionare a dovere. Si tratta di un accessorio molto utile, che non pregiudica assolutamente la visuale e che, volendo, può essere tolto semplicemente ruotandolo verso il basso. Un sistema simile, tanto per dare un'idea, è utilizzato nei caschi dei piloti militari, che così hanno sempre sotto controllo il funzionamento dell'aeroplano anche senza guardare i quadranti. Giunti sulla riva vestiti di tutto punto, dopo esserci cambiati in auto, mettemmo in funzione il rebreather pigiando un pulsante sulla console, aprimmo le bombole, selezionammo l'aria come diluente, indicammo il gradiente di sicurezza che volevamo nel calcolo della decompressione e iniziammo la fase di riscaldamento del sofnoline avviando il circuito respiratorio. AI fianco sinistro avevamo una bombola da dieci litri piena di ean 40 per una eventuale emergenza. Tenendo presente che ci trovavamo in acqua dolce, più leggera di quella di mare, avevamo calcolato la zavorra diminuendo di un paio di chili quella abituale. Ma quando ci immergemmo ci rendemmo conto che eravamo eccessivamente positivi. Rispetto all'lnspiration, più grosso e pesante, l'Evolution richiedeva una maggiore quantità di piombi, almeno quattro chili in più. Finalmente con l'assetto a punto, ci spostammo verso il largo scendemmo lungo la cima di una boa, raggiungendo il fondo a una ventina di metri di profondità. Da verde opaca, l'acqua era di ventata man mano più scura e, ben che fosse uniforme, la luce era notevolmente diminuita, come se ci fossimo trovati all'interno di una questa volta su batimetriche diverse, al limite della visibilità delle nostre luci. A 40 metri eravamo in bilico tra il buio della notte perenne delle alte profondità del lago e un tenue chiarore lunare. L'Evolution funzionava a meraviglia ed era notevolmente meno ingombrante del familiare Inspiration, con il quale nei tre anni precedenti avevamo fatto circa ottocentocinquanta ore di immersione a quote comprese fra 10 e 135 metri. Apprezzavamo soprattutto il fatto di avere il petto libero, a parte i sacchi polmone uguali a quelli dell'lnspiration, e di avere sotto controllo, con un'unica occhiata, non solo i dati relativi al funzionamento dell'apparecchio, ma anche tutti i parametri dell'immersione, alcuni dei quali, per dire la verità, piuttosto piccoli e di difficile lettura. Le informazioni che compaiono sul display, d'altronde, sono molte, lo spazio è quello che è e tutto non si può avere. Comodo anche il segnalatore a led rossi e verdi situato davanti alla maschera e abbatti bile con la semplice pressione di un dito. Le luci ne verdi del "tutto va bene" si notano appena quando si abbassa lo sguardo e infondono una certa fiducia perché danno costantemente la conferma che il rebreather sta funzionando regolarmente. Diverso sarebbe se apparisse una luce rossa. L'avviso di pericolo immediato darebbe, però, il tempo di correre rapidamente ai ripari, o riportando l'apparecchio nei canoni previsti o abbandonandolo per passare alla respirazione in circuito aperto. Guardando il display sul polso, ci rendemmo conto di essere scesi troppo: 47 metri. La gondola era più su, evidentemente il nero dell'abisso esercitava un inconscio richiamo. Guardando verso la parte alta della ripida china, ci accorgemmo che Claudio non si vedeva più. Risalimmo di qualche metro e, infatti, eccolo là. La sua lampada si muoveva ritmicamente, doveva aver trovato qua/cosa, certamente la gondola. La vecchia imbarcazione era sprofondata nel fango, da cui sporgevano la poppa, massiccia e piuttosto squadrata, e la prua affilata. La forma dello scafo era visibile chiaramente grazie alle fiancate che affioravano dal limo, ma il pagliolato era tutto ricoperto di terra, da cui spuntava, di tanto in tanto, qualche asse. L'albero, che si trovava un po' più a prora della mezza nave e che in origine sosteneva una vela quadra, era crollato, probabilmente per effetto del tempo, ed era appoggiato in coperta, sulla dritta e leggermente di traverso. Sorprendentemente, il legno era rimasto in buono stato e appariva tenace e resistente. Miracoli dell'acqua dolce! Se la barca fosse affondata in mare, si sarebbe certamente dissolta, divorata dalle teredini, dalle ostriche e dalle spugne incrostanti. Soffermammo la nostra attenzione soprattutto nella zona poppiera, dove, saldamente appoggiato sul robusto piano di coperta, un uomo manovrava il lungo braccio del timone, ancora presente ma schiacciato contro la fiancata in una posizione innaturale. Sotto coperta, proprio sotto la postazione del timoniere, c'era un unico grande vano, lungo più di due metri, a cui si accedeva tramite un tambuccio quadrato. Lì, quando non era impegnato nelle manovre, si riparava l'equipaggio durante le navigazioni invernali, o le soste forzate per il brutto tempo. Dentro ci stavano due cuccette, una rudimentale cucina, con il fuoco di legna o di carbone che veniva acceso in una sorta di paniere di rame, e poche suppellettili. AI massimo potevano starci un paio di persone, non di più, ma era sufficiente, perché raramente c'era più gente a bordo. Il fango era entrato anche lì e aveva ricoperto tutto. Era difficile distinguere qualcosa, ma alla luce delle lampade scorgemmo una lunga incisione su una paratia esterna, sopra la porta. La esaminammo con cura e scoprimmo che non si trattava di geroglifici senza senso, ma di un nome scolpito nel legno con uno scalpello affilato: "Redaelli Luigi". Chi era? Il proprietario? Probabilmente sì. Ne prendemmo mentalmente nota e, dopo aver fatto un altro giro d'ispezione intorno alle murate che spuntavano dal fondo, cominciammo la risalita lungo il ripido declivio. Fu a questo punto che ci accorgemmo di una piccola avaria del rebreather: la valvola del sacco polmone si era incantata e non consentiva di scaricare il gas in eccesso, che, se non fosse stato eliminato, avrebbe potuto provocare una pallonata. Va be', poco male, si poteva sempre scaricare dal naso, cosa che facemmo per tutto il tragitto di ritorno verso la superficie. Naturalmente, quando fummo a 6 metri, per "ultima sosta di decompressione, e passavamo il tempo passeggiando in mezzo alle alghe piene di avannotti di persici e scardole, la valvola si sbloccò e si rimise a funzionare. Più tardi la smontammo e la rimontammo e non diede più problemi. Quando spuntammo in superficie, il vento era calato e il sole splendeva incontrastato riscaldando i nostri corpi infreddoliti, dato che per tutto il tempo dell'immersione la temperatura dell'acqua era oscillata fra i sei e i dieci gradi. Adesso avevamo un nome su cui investigare: Luigi Redaelli. Scartabellando negli archivi delle Camere di Commercio e dei Comuni rivieraschi, risultò che si trattava di un piccolo industriale di Dervio che nei primi anni del 1900 aveva una fabbrica di lavorazioni metalliche non meglio identificate, ma che evidentemente dovevano essere piuttosto richieste sul mercato, perche la ditta, per vendere i suoi prodotti e portarli a destinazione, aveva diverse gondole con le quali effettuava le consegne in tutte le località lacustri, ma specialmente a Lecco e Como, i due centri più impor~ tanti e commercialmente ~ più interessanti. Una di queste gondole si chiamava Colico, come la cittadina dell'alto lago. Per un motivo che non conosciamo, a un certo momento la barca fu messa in vendita. La comprò Vittorio Della Torre, il quale abitava a San Siro e faceva il trasportatore di sabbia, che andava a prendere nelle cave dell'Adda, dove il fiume entra nel Lario, e nella foce del Mera, prima del laghetto di Mezzola, per poi rivenderla ai cantieri edili. Per carichi così, sarebbe stato uno spreco acquistare imbarcazioni nuove. L'usato andava benissimo. La mattina presto, quando soffiava la brezza che scendeva dalle montagne e spingeva le barche verso Como o Lecco, la gondola "Colico" issava la vela quadra e partiva dall'alto lago piena all'inverosimile di sabbia. Per farcene stare di più, il carico non veniva neppure messo in sacchi, ma ammassato sul pagliolato. Giunto a San Siro, lo scafo, che navigava con la falchetta molto vicina all'acqua tanto era stato appesantito, veniva ormeggiato a una boa davanti a un'ampia spiaggia di ghiaia, la stessa da dove eravamo partiti per cercarlo, e quindi vuotato con secchi e badili da una squadra di braccianti. Un uso tanto intenso e rude, accompagnato da una scarsa manutenzione, aveva logorato le strutture, già vecchie, e una notte di primavera del 1934, o '35, non si sa bene, la gondola affondò. Se lo ricorda ancora Dino Della Torre, classe 1928, che, all'epoca, era un bimbetto vivace e curioso ed era un lontano parente del proprietario. "Quella barca - racconta - era stata sfruttata moltissimo, era abbastanza malandata e negli ultimi tempi faceva acqua dal fasciame dell'opera morta. Fin che era vuota non c'erano problemi, perché il bordo era alto e stava all'asciutto, ma quando era carica la linea di galleggiamento si abbassava e cominciavano le infiltrazioni. Un giorno la gondola non fu scaricata subito e la mattina dopo era sul fondo del lago, con tutta la sua sabbia. Lo rammento bene perché, a quei tempi, non succedevano molte cose qui da noi e una barca che affondava era un fatto importante, di cui si parlava". L'imbarcazione era talmente pesante che andò giù dritta, senza rovesciarsi, e si conficcò con la chiglia nel fango. Se fosse stata più leggera, probabilmente avrebbe planato, sarebbe scivolata negli abissi e nessuno l'avrebbe più vista. Ma tutta quella sabbia la frenò e la fece rimanere lì, dove cadde. Quella che in parte ancora la ricopriva era la sabbia che trasportava e non la fanghiglia del fondo, come avevamo immaginato.Pur non avendo avuto un'esistenza particolarmente avventurosa, la vecchia gondola finì ugualmente per svelarci i suoi segreti, che, anche se non sono risultati particolarmente drammatici o romantici, hanno comunque portato alla luce testimonianze di un mondo che, pur essendosi rassegnato a cambiare in continuazione, non vuole assolutamente dimenticare le sue origini. LE ULTIME GONDOLE LARIANEOltre a quelle affondate a San Siro e a Tremezzo, delle quali si parla nel servizio, con ogni probabilità molte altre gondole lariane sono affondate nel Lago di Como, ma oggi ci sono solo tre gondole lariane, naviganti e in perfette condizioni.Sono la Lia, la Rosina e la Giulia, ormai considerate vere e proprie barche d'epoca dato che la loro costruzione risale agli anni fra il 1903 e il 1925. A parte la Rosina, che è la più vecchia e quando fu varata navigava solo a vela, le altre fanno parte dell'ultima generazione delle gondole lariane, quella nata già con il motore. Le loro linee d'acqua e le altre caratteristiche dello scafo, però, sono praticamente uguali a quelle più antiche, dato che il tipo di barca non ha subito sostanziali modifiche nel tempo. La Lia, che fino a poco tempo fa era di proprietà di Osvaldo Bianchi, di Carate Urio, ed era ormeggiata nel porticciolo di Sala Comacina, di recente, è stata donata al Museo della Barca Lariana di Pianello del Lario, dove tutti la possono vedere, mentre la 'Rosina e la Giulia, di proprietà di Mario Barindelli e di suo cugino, si trovano ora ormeggiate a Bellagio, in buono stato di conservazione. La Rosina, costruita nel 1903, venne dotata di motore nel 1935, è lunga diciotto metri e larga cinque metri e mezzo; la Giulia è, invece, del 1925, è lunga ventitre metri, larga sei metri e mezzo e ha ancora il motore Alfa Romeo originario. |










