L'ultimo comballo
Articolo pubblicato sulla rivista “SUB” n. 229 del mese di Ottobre 2004
Testo e foto di Claudio Corti Sul lago di Como, a Piona, proprio sotto il celebre monastro, le cui origini sembrano risalire al sesto secolo dopo Cristo, che vigila severo sulla baia, c'è il relitto di un antico comballo. E da quanto si dice fra i pescatori della zona, sembra che il suo nome fosse "Luisin", per cui, attraverso varie testimonianze, siamo riusciti a ricostruirne la storia e i drammatici fatti che si conclusero con il suo affondamento. I comballi del Lario erano imbarcazioni adibite al trasporto di materiali pesanti per l'edilizia. Infatti, secondo quanto raccontava un vecchio marinaio di Colico, deceduto nei primi anni del 1980 alla veneranda età di 92 anni, il comballo "Luisin" stava risalendo faticosamente dal primo bacino del lago proprio con un carico formato dalle famose pietre di Moltrasio, che all'epoca erano utilizzate e apprezzate per la costruzione di case private e di fabbricati per l'industria o di uso pubblico. Pare che quelle a bordo del "Luisin" dovessero servire per costruire la Stazione ferroviaria di Colico, o di Piona, agli inizi del ventesimo secolo: su questo particolare le testimonianze sono discordi. Fatto sta che a un certo punto della navigazione il vento che faceva rabbrividire il lago rinforzò considerevolmente. Nel periodo invernale, con il termine di Vèent da queste parti viene indicata una tramontana che scende dalla Val Chiavenna all'improvviso, e in ogni ora del giorno, e che, più frequentemente in primavera, raggiunge raffiche di ottanta chilometri orari. Mentre, nel periodo estivo, il vento più pericoloso, proveniente sempre da nord, è detto Revultùn. Le acque del lago si incresparono presto e in poco tempo diventarono bianche di spuma e ribollenti. Una situazione nota e pericolosa, che però i barcaioli che si trovavano al governo del comballo pensarono evidentemente di riuscire a controllare, magari passando rasente alla costa, vicino alla quale, per via dei molti ridossi offerti dalle punte e dai crinali, il vento era meno violento. Con un poco di fortuna sarebbero riusciti ad arrivare sino al promontorio di Piona e da lì a entrare in quel tratto di acque sempre calme detto Lago di Piona, dove avrebbe gettato l'ancora in attesa che gli elementi si placassero. Ma, man mano che il comballo si avvicinava alla tranquillità irreale della baia, fuori il vento diventava sempre più forte e si spostava sempre più verso prua. E con l'aumentare del vento, aumentavano anche le onde, sempre più gonfie e frangenti. Quando la nave fu al traverso della punta di Piona e si cominciava già a vedere l'imboccatura della baia protetta dal bastione roccioso su cui sorge il convento, la salvezza dovette sembrare ormai a portata di mano. Mancava soltanto un centinaio di metri per potervisi infilare dentro. Non sappiamo se il sollievo di essere praticamente arrivati alla meta abbia fatto allentare l'attenzione dell'equipaggio, oppure se in quei pochi minuti il vento ebbe un ulteriore rinforzo con uno spostamento di direzione. Raffiche impetuose investirono in pieno il comballo in manovra e le acque impazzite del lago gli si rovesciarono addosso. Queste barche, larghe e pesanti, potevano sopportare al massimo una bolina larga e non erano fatte per stringere l'andatura. Così, il "Luisin" probabilmente caricato di sassi fino al limite massimo della portata, e forse anche di più, nel giro di pochi minuti si trovò in balia della tempesta, con gli uomini dell'equipaggio (pare fossero due) che cercavano disperatamente di adeguare le vele alla mutata situazione meteorologica. Da quanto siamo riusciti a ricostruire, forse l’imbarcazione perse addirittura l'albero, è certo, comunque, che non riuscì a conservare la rotta che lo avrebbe portato all'imboccatura del vicino ridosso, una idilliaca insenatura rocciosa con in fondo una piscina di acqua chiara e trasparente. Forse, senza quell'enorme carico di sassi di Moltrasio, che lo sbilanciava e lo rendeva zoppicante, il comballo ce l'avrebbe fatta a mettersi in salvo. Ma la barca, bassa sull'acqua per il tropo peso, iniziò ad allagarsi. O forse l'incastellatura di assi che ingabbiava le pietresi ruppe sotto l'impatto di un'ondata più forte delle altre e i macigni degli strati più alti volarono per il ponte come proiettili e disintegrarono una fiancata, certamente quella di sinistra, che ancora oggi è visibile sul fondo leggermente staccata dal resto del relitto. L’acqua si riversò nella stiva e il "Luisin", in breve, colò a picco, posandosi sul fondo, a circa 27 metri, in assetto di navigazione, perché il grande peso concentrato a mezza nave lo mantenne dritto anche mentre si inabissava. O, per lo meno, lo raddrizzò una volta raggiunto il fondo. Sulla sorte dei due componenti l'equipaggio si dice che mentre uno si buttò subito in acqua, riuscendo a raggiungere la riva a nuoto, l'altro tentò di recuperare la giacca, o una borsa in cui teneva i soldi e che si trovava nel cassero di poppa (detto tèm), dove i barcaioli dormivano la notte. E purtroppo questo gesto gli costò la vita. Forse, come sostengono gli anziani pescatori di Domaso e di Colico, lo spostamento del carico bloccò la porta del cassero e lo sfortunato "cumbalàt" (come erano chiamati coloro che navigavano sui comballi) affondò assieme alla sua barca, affogando. Il viaggio del "Luisin" era finito nelle profondità di Piona, dove giacque quasi completamente dimenticato per oltre mezzo secolo. Solo nell'ormai lontano 1982 Rinaldo Marcelli, un esperto subacqueo di Colico, lo ritrovò. Marcelli aveva sentito questa storia nel 1980 dagli anziani pescatori di Colico, soprattutto da quel vecchio che allora aveva già compiuto i 90 anni, e subito aveva cominciato la ricerca del relitto. Ci mise due anni a individuarlo, dopo decine e decine di immersioni a vuoto. Il ritrovamento avvenne in una splendida giornata d'estate e con lui c'erano anche Sergio Mitta e Sergio Raschi, entrambi esperti subacquei di Sondrio. In seguito, vennero recuperati due anelli di legno, che servivano per far scorrere le vele sull'albero e il manico, sempre di legno, di un coltello, o di un falcetto, che aveva perso la lama di metallo, probabilmente consumata dalla corrosione dato che doveva avere uno spessore esiguo. Vennero pure recuperate due pentole di rame, che i barcaioli usavano per cuocersi la minestra o la polenta, accendendo il fuoco sopra la "braséra", l'apposito fornello per cucinare montato sulla barca. Bisogna tenere presente, infatti, che a quei tempi un viaggio dall'alto lago alle cave di Moltrasio e ritorno, sino a Colico, ove sembra fosse diretto il comballo, poteva durare due, tre o più giorni, a seconda dell'intensità e della direzione del vento. Negli anni seguenti, Rinaldo Marcelli e gli altri sub suoi amici non erano più tornati sul relitto e la storia si era persa nel tempo, sino a quando un anziano pescatore di Domaso, Mario Cerfolio, raccontò di nuovo a Urano Selva, un subacqueo professionista di Gravedona, la storia del comballo, in quanto vi aveva appena perso delle reti. E Urano, nell'estate dello scorso anno, conoscendo la mia passione per i relitti, mi telefonò e mi chiese se volevo partecipare a un'immersione sul comballo di Piona, dato che Cerfoglio gli aveva dato le indicazioni esatte per rintracciarlo e gli aveva chiesto se poteva recuperargli le reti. Concordammo di fare quell'immersione, ma, conoscendo le condizioni di visibilità nella zona, decidemmo di aspettare l'inverno nella speranza di avere un'acqua più limpida, che ci consentisse di realizzare qualche fotografia decente. Nei grandi laghi alpini, infatti, durante la stagione calda, a causa della fioritura delle alghe e delle frequenti piogge, la visibilità è enormemente compromessa, soprattutto negli strati più superficiali, cioè dalla superficie sino a circa 20 o 30 metri di profondità. Fu così che il 26 dicembre 2003, il giorno di Santo Stefano, con Urano Selva mi immersi sul relitto del "Luisin". Raggiungemmo la zona in barca, partendo dal porto di Dongo e attraversando il lago in una bella giornata di sole, quasi primaverile. Appena giunti sul punto esatto gettammo l'ancora di fianco al relitto. La discesa fu rapida. L’acqua, scendendo, sembrava intorbidirsi, invece, quando fummo sul fondo, ci rendemmo conto che era abbastanza chiara da permetterci di scorgere distintamente i resti della barca affondata. Per prima cosa vedemmo i resti della poppa e poi ci accorgemmo che vi erano impigliate delle reti, che però, essendo reti da lago, erano più piccole di quelle che di solito si trovano sui relitti marini. La vecchia imbarcazione aveva dimensioni notevoli per essere un veliero lacustre: la sua lunghezza massima era di oltre trenta metri e la larghezza venne da noi stimata in circa sei metri e mezzo. La zona centrale, dove era sistemato il pesante carico di grosse pietre, appariva interamente sfasciata. La murata di sinistra non era più attaccata allo scafo e la si poteva vedere a un paio di metri dal relitto. Potrebbe anche darsi che il comballo fosse giunto sul fondo con il fianco sinistro, rompendo la murata, e poi si fosse assestato in assetto di navigazione. A convalidare questa ipotesi c’era il fatto che anche il fasciame e le centine si erano rotti. Il colpo ricevuto doveva essere stato immane. Ancora oggi si possono vedere, ben conservate dal fango che le ha ricoperte, le robuste strutture di legno che dovevano essere le ordinate della grossa barca. La murata di destra sembrava, invece, abbastanza integra, pur essendo quasi interamente nascosta alla vista dei subacquei dal fango che vi si è depositato sopra nei lunghi anni trascorsi sul fondo del lago. Dopo quell'immersione, sul "Luisin" ne ho effettuate altre, ma con Rinaldo Marcelli, il vero ed primo scopritore di quel relitto, e a cui mi ero rivolto per avere maggiori particolari per meglio ricostruire la storia del naufragio. Il "Luisin" è, a oggi, l'unico comballo ritrovato sul fondo del lago e, dato che si trattava di imbarcazioni da lavoro e di scarso valore estetico, non ne è stato conservato in secco neppure un esemplare, almeno secondo quanto ci risulta. Di conseguenza, il "Luisin" è l'unico superstite conosciuto della sua specie. Per ottenere immagini decenti, abbiamo dovuto effettuare tutte le immersioni a scopo fotografico durante i mesi invernali, io assieme all’uno o all’altro a un compagno. Per tutte queste immersioni abbiamo sempre respirato miscele di gas arricchite di ossigeno. Notizie storiche del cumbàlSi tratta di una grossa barca da carico, con una portata massima sino a 250 tonnellate. Sembra che il nome derivi dal greco kùmbe, poi passato nel latino cymba o cumha.Il comballo fu una delle imbarcazioni da trasporto più diffuse sul lago di Como (Lario), ed è quella che meglio lascia trasparire, dalle caratteristiche strutturali e costruttive, l'arcaicità delle sue origini. La prima nota storica certa nella quale appaia un esplicito riferimento a questa tipica imbarcazione risale all'anno 1218, ma si suppone che fosse già in uso da molto tempo prima. Il comballo era una barca di grandi dimensioni, a sezioni quadrate, di lunghezza che variava dai 20 a più di 30 metri; le sezioni condizionavano la forma delle estremità, con il fondo costituito da un'unica parte piatta che dall'estrema poppa andava fino all'estrema prua. Per la semplicità di costruzione e la grande diffusione in quasi tutte le zone lacuali, la tipologia costruttiva di questa imbarcazione rimase pressoché invariata nel corso dei secoli e riuscì a trasmettersi attraverso generazioni di costruttori, divenendo parte integrante della tradizione degli artigiani locali. Il comballo era in grado di soddisfare, con la massima efficienza ed adattabilità, le esigenze dei trasporti locali, grazie alla sua capacità di trasportare un carico di merci notevolmente maggiore rispetto a tutte le altre imbarcazioni dell'epoca; assolveva dunque alla necessità dei trasporti più pesanti. Coi comballi venivano trasportati materiali per l'edilizia, in particolare sassi di Moltrasio, ma anche calce sabbia e legna per le fornaci. I commerci per via d'acqua con questo "gigante del lago" si fecero sempre più rari a partire dalla metà del XX secolo per l'avvento di altre forme di trasporto, primo fra tutti quello su gomma. Ma già in quell'epoca i grossi e tozzi comballi erano stati quasi completamente soppiantati dalle più maneggevoli gondole. Il comballo fu quindi tra le prime barche da trasporto dell'epoca moderna del Lario a estinguersi. Possedeva una sola vela, la cui altezza e larghezza equivalevano all'incirca alla lunghezza ed alla larghezza della barca; la vela era sostenuta da un albero non abbattibile ed era adatta a sfruttare unicamente i venti di poppa. Due remi a prua e due a poppa venivano utilizzati per sopperire alla mancanza dei venti ed erano, assieme alla pertega (o puntàal), indispensabili anche per le manovre di attracco, non facili per una barca che poteva raggiungere la lunghezza di trenta metri. I primi motori vennero installati sui comballi solo a partire dai primi decenni del 1900, nel 1905 la ditta Nicola Pozzi di Dervio fu la prima ad installare un motore sulla gondola "Giuditta". Nel 1913 la ditta Giusuè Agostini, di Mandello Lario installò sulla propria gondola "Luigina" un motore Weber a testa calda, sviluppava 5 cavalli a 450 giri e funzionava a nafta pesante. Alla fine della Grande Guerra si abbandonarono i motori a testa calda e si montarono motori più complessi ma più funzionali, in quel periodo ormai tutti i comballi e le gondole che navigavano sul Lario erano motorizzati. Il governo della barca avveniva per mezzo di una trave a sezione tondeggiante, all'estremità della quale era fissata una rudimentale pala; il tutto aveva la lunghezza di circa dieci metri; la trave veniva appoggiata e legata in una forcella posta di solito sul fianco destro (più raramente sul sinistro) dell'imbarcazione. Il comballo aveva la poppa, coperta di lamiera o di assi per una lunghezza di 4 o 5 metri; nel locale che veniva così a formarsi, chiamato tèm, il barcaiolo (cumbalàt) cucinava, dormiva (ci stavano due brande, chiamate balén, con un pagliericcio di foglie di granoturco) e si riparava dalle intemperie. La barca era anche fornita di brasèra, un fornello per cuocere la polenta. Secondo il tipo di merce trasportata, il carico poteva essere coperto con una tenda; esistevano inoltre comballi provvisti di cerchi di ferro rimovibili, che potevano reggere un telone. Quando i comballi navigavano a pieno carico, presentavano le fiancate poco elevate sulla superficie dell'acqua; l'abitudine di cargà fino a la fàsa (per fàsa s'intende la porzione di murata che emerge dall'acqua quando la barca viene caricata con il massimo del carico traportabile, porzione di murata che era sempre evidenziata anche da una diversa colorazione). Questa abitudine aveva lo scopo di conseguire il massimo utile possibile da ogni viaggio, ma era nel contempo causa dei frequenti naufragi delle barche di questo tipo. Oggi di queste barche che hanno solcato per secoli le acque del Lario non è rimasto più nessun esemplare navigante, l'unico ricordo è conservato nei documenti o in qualche rara fotografia dell’epoca ingiallita dal tempo. |























