La nave dei bronzi

contrai
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   
Articolo pubblicato sulla rivista SUB n. 210 - Marzo 2003

di Flory Calò, Guido Pfeiffer, Claudio Corti, Enrico Ciabatti, Maurizio Macori e Giulia Pettena.

Abbiamo trovato i resti di una nave da carico del tardo impero romano, presumibilmente databile tra il primo ed il terzo secolo dopo Cristo.
Siamo al largo della costa nord di Minorca, nelle isole Baleari, a quattro miglia da capo Nati, in un tratto di mare burrascoso e battuto dalle correnti, difficile da navigare. La profondità è di una cinquantina di metri ed il fondale è piatto e uniforme come una tavola, con rocce basse e lisce, scoperte e ricoperte di sabbia dalle tempeste di tramontana, che quando soffia è di una violenza veramente inaudita, in special modo d'inverno. Ciò che rende importante questo ritrovamento non è tanto l'antico scafo, che giace sul fondo disfatto dal tempo ma completo di tutte le sue strutture, quanto il carico, composto non dal consueto castello di anfore incastrate una sopra l'altra, come si è visto decine e decine di volte, bensì da un numero rilevante di grossi lingotti di bronzo, ciascuno del peso di circa 80 chili.
Anni fa, in Francia era stata trovata una nave della metà del primo secolo dopo Cristo con un carico simile, ma si trattava di pani di stagno e di rame, che probabilmente sarebbero stati fusi tra loro una volta arrivati a destinazione proprio per fare il bronzo, che è una lega, appunto, dei due metalli. Una pratica, a quanto pare, diffusa a quei tempi: a Roma arrivavano le materie prime appena sgrezzate, erano poi i mastri artigiani dell'Urbe a fare il lavoro di fino. Nel nostro caso, invece, la fusione era già stata fatta prima della spedizione e questo particolare, sinora mai rilevato, potrebbe voler significare che la tecnica mineraria nelle Province fosse più evoluta di quanto si pensi. E che la nave appartenesse a un'epoca più recente e tecnologicamente avanzata, più vicina alla fine del terzo secolo che al primo. La civiltà progrediva, assieme alle arti e ai mestieri, ma i costumi si rilassavano e l'impero, uscito malconcio da una sanguinosa guerra civile di cui ancora si sentivano gli strascichi nonostante fosse passato più di un centinaio di anni, stava perdendo la forza che lo aveva fatto temere in tutto il mondo e, minato alla base dalla fede rinnovatrice del Cristianesimo, andava verso la sua naturale conclusione. I paesi sottomessi, pur riconoscendo in pieno la loro romanità, cominciavano a godere di una certa autonomia e la Spagna, in particolare, era sempre più spesso oggetto delle scorrerie dei Vandali, che un secolo e mezzo o due più tardi la conquisteranno addirittura e ne faranno il loro trampolino verso l'Africa.
Bisanzio, intanto, cominciava ad apparire all'orizzonte della storia. E già si poteva intuire la sua nascente potenza, che in un futuro non troppo lontano l'avrebbe portata a estendere la sua benefica influenza commerciale su tutto il Mediterraneo Occidentale. Saranno gli archeologi a stabilirlo con precisione una volta che avranno esaminato di persona quanto abbiamo trovato, ma questo, più o meno, è lo spazio temporale in cui, circa 1.700 o l.800 anni fa, si muoveva la nostra nave, una delle tante che navigavano lungo la rotta mercantile che univa il porto di Ostia alla Penisola Iberica.
Erano ormai secoli che i marinai solcavano il Mediterraneo da un capo all'altro, spingendosi anche in alto mare, sebbene i pericoli fossero tutt'altro che trascurabili: le previsioni meteorologiche non esistevano, tutt'al più si riusciva ad anticipare l'evolversi del tempo di qualche ora, troppo poco per potersi mettere al riparo durante una navigazione d'altura; le barche erano solide, con una, due e persino tre vele quadre sistemate su altrettanti alberi, ma erano pesanti, lente e poco manovriere, tanto che sovente finivano in balia degli elementi; e poi c'erano i pirati, un'insidia terribile, specialmente nei lidi più lontani, dove le scorte militari erano rare e i soccorsi improbabili. Le navi più piccole, fino a una ventina di metri di lunghezza, facevano di solito il piccolo cabotaggio, navigavano, cioè, a vista e non si allontanavano troppo dalla costa, quelle più grandi, fino a 30 - 40 metri ed eccezionalmente 50 metri, affrontavano la navigazione d'altura. Ma molto dipendeva dalla stagione. Si navigava soprattutto dalla tarda primavera all'inizio dell'autunno, concentrando i viaggi più lunghi e impegnativi in estate, quando i venti erano meno violenti e il tempo dava maggiori garanzie di stabilità. Ci si orientava con i punti cospicui della terraferma, come le cime dei monti, le baie e le poche case che si incontravano, con i fuochi dei fari, che già esistevano per fare da guida ai naviganti, con il sole e con le stelle, che i più bravi ed esperti sapevano riconoscere e utilizzare. La nostra nave non era piccola, ma nemmeno delle più grandi. Diciamo che poteva essere lunga tra i 25 e i 30 metri, larga sei o sette e aveva due alberi, ma la cosa è ancora tutta da verificare. Come succede anche oggi, gli armatori facevano in maniera da non intraprendere mai un viaggio a vuoto: all'andata trasportavano verso le Province i sofisticati manufatti di Roma, che rappresentavano il massimo della modernità e del buon gusto, e al ritorno riempivano la stiva con i prodotti genuini dei campi, primo fra tutti il frumento, con il vino, l'olio, le spezie, con il pesce in salamoia, con i prodotti dell'artigianato locale e con le materie prime necessarie per l'edilizia e per far funzionare i crogiuoli dei fabbri: marmi, carbone, piombo, ferro, rame, stagno, argento, oro. Roma non solo era una grande e sfarzosa città, era la capitale dell'Impero. E lì sperimentati ingegneri, abili architetti, artisti, cuochi, mastri ferrai e artigiani avrebbero lavorato la merce grezza appena arrivata dal mare e l'avrebbero trasformata in bevande prelibate, pietanze saporite, palazzi, strade, statue, monili, armi o suppellettili di vario genere.
Con la stiva piena di mercanzia, probabilmente la nostra nave deve aver lasciato la banchina di pietra di Ostia, il porto di Roma, all'inizio della bella stagione. Potrebbe essersi diretta subito verso le coste spagnole, passando per lo Stretto di Bonifacio, ma, dato che trasportava molta merce e che in primavera il Golfo del Leone le avrebbe scatenato contro venti forti e contrari, è facile che abbia fatto rotta prima verso la Francia, un po' come farebbe oggi uno spedizioniere che andasse di città in città per fare le consegne lungo un percorso prestabilito. Così, è presumibile che il capitano sia risalito verso nord, navigando a vista e sfruttando le brezze di terra sino quasi all'isola d'Elba. All'altezza del Giglio e di Giannutri si deve essere allargato per far rotta su Capo Corso e da qui, approfittando del tempo buono, deve essersi avvicinato a quella che adesso è la Costa Azzurra, per poi bordeggiarla fino a Marsiglia, dove convergevano i traffici del nord Europa e i mercati erano ricchi. Sono solo supposizioni, si badi bene, suffragate, però, da quelle che nel tardo Impero erano considerate le rotte più seguite dal naviglio mercantile.
Lasciatosi alle spalle il fiorente porto francese in una giornata in cui il mistral non era troppo impetuoso, ma sufficiente per spingerlo a buona velocità verso il massiccio promontorio di Capo Creus, il capitano della nostra nave deve aver fatto, finalmente, rotta diretta per la Spagna. Quasi certamente si è fermato a Tarragona, che già allora era una città commerciale marittima di grande importanza, ma sicuramente ha raggiunto Nuova Cartagine, la Cartagena attuale, porto sicurissimo e fortezza militare inespugnabile grazie a uno strettissimo braccio di mare, scavato tra due alte e impervie pareti di roccia, che porta a un bacino interno straordinariamente protetto. Per entrare, l'equipaggio deve aver ammainato le vele e usato i remi, o trainato l'imbarcazione con la lancia di servizio, perchè sarebbe stato impossibile manovrare altrimenti, specialmente con le pesanti e poco orziere barche di quei tempi.
Nei primi tre secoli dopo Cristo, Nuova Cartagine era un rinomato centro minerario. Sulle sue banchine affluivano i prodotti di tutte le miniere della regione, dalle quali venivano estratti soprattutto piombo, argento, oro, rame e mercurio. Lo stagno veniva fatto faticosamente arrivare via terra o via mare dalle contrade del nord della Spagna che davano sull'Atlantico, specialmente da La Corugna. E poi a Cartagena si trovava una lana di ottima qualità, perchè erano tantissime le pecore che venivano allevate nei dintorni. In realtà, la nostra nave potrebbe essersi spinta anche sino a Cadice, capoluogo della Betica, dove avrebbe trovato, in particolare, rame e oro, i prodotti della pesca, olio e cereali. Non lo sappiamo e sarà difficile stabilirlo con esattezza, a meno che prossimamente, durante una eventuale e accurata campagna di scavo, non si trovi qualche indizio che lo provi. Il fatto che la parte principale del carico fosse costituito da minerale, e non dalla solita quantità di anfore contenenti vino, grano e olio, lascerebbe supporre, però, che non c'era una ragione specifica per andare oltre le Colonne d'Ercole. E, comunque sia, la nostra storia non cambierebbe molto.
Il viaggio per mare, intervallato da qualche breve scalo nei porti per fare rifornimento, soprattutto d'acqua e di verdure fresche, si era protratto a lungo. L'estate stava finendo ed era ora di intraprendere la strada del ritorno approfittando dei venti favorevoli da ponente. Se anche il Golfo del Leone avesse fatto le bizze e sparato le sue cannonate di mistral, la cosa non sarebbe stata catastrofica, perchè la nostra nave poteva procedere abbastanza celermente con il mare al traverso e al giardinetto di sinistra e attutire la forza devastante delle onde, che con quel vento diventano spesso enormi e gonfie. La rotta non sarebbe stata più quella dell'andata. A quel punto, con la stiva di nuovo piena all'inverosimile di merce, parte della quale legata persino in coperta, l'obiettivo principale era quello di raggiungere il più presto possibile il porto di Ostia, dove i mercanti erano in attesa. E la via più breve era quella che da Nuova Cartagine passava per le Isole Baleari, attraversava molto allargo il famigerato Leone, si infilava nelle Bocche di Bonifacio e attraversava il Tirreno sino al punto di arrivo. Se, a metà della navigazione verso la Sardegna, il mare fosse diventato insostenibile, ci sarebbe stata la possibilità di prendere una via di fuga allascando le vele per passare appena sotto Cagliari e da qui dirigere la prua sul porto di Roma.
Non sappiamo, ovviamente, se fosse accaduto in altre occasioni, questa volta, però, il capitano della nostra nave aveva un carico speciale da trasportare: lingotti di bronzo di notevole purezza. Sulla banchina dove era ormeggiato ne vennero portati per diverse tonnellate con carri trainati da coppie di buoi. I lingotti erano circolari, avevano un diametro di 40 - 50 centimetri, uno spessore di 20 centimetri ed erano tutti uguali. Una superficie era piatta, l'altra era sporgente e seguiva un profilo curvo; i bordi erano lisci. La lega era stata fusa e versata in un unico stampo, che aveva prodotto pani di bronzo simili a forme di formaggio. E questo era insolito perchè normalmente il capitano imbarcava sbarre di stagno e di rame, che venivano fusi per fare il bronzo solo dopo essere arrivati a destinazione I fabbri della capitale erano noti per la loro perizia Ma quel bronzo era di ottima qualità e a Roma l'avrebbero apprezzato. Gli artigiani potevano usarlo subito per fare statue, decorazioni, armi scudi e corazze e persino monete. Evidentemente la tecnica degli spagnoli si era evoluta e le regole del commercio stavano cambiando. Dal primo al terzo secolo dopo Cristo il bronzo fu molto richiesto dai romani, mentre più tardi il suo consumo diminuì tantissimo. La disposizione di un carico così pesante sulla nave dovette richiedere un notevole impegno. Secondo una logica marinara, i lingotti sarebbero dovuti essere sistemati il più in basso possibile, addirittura nella centina, per dare alla barca una maggiore stabilità, specialmente quando navigava con vento sostenuto. Invece, pare che le cose non siano andate così. Da come si presentano i bronzi sul fondo del mare, sembrerebbe che si trovassero in coperta, e quindi in alto. Una spiegazione potrebbe essere che la nave avesse già la stiva piena di anfore contenenti olio, salamoia, vino e grano e forse anche di balle di lana. Infatti, sul fondo abbiamo trovato i pani di metallo bene ordinati su un letto di cocci di anfore, come se le anfore fossero su un piano diverso e più basso, nella stiva appunto. Contemporaneamente, però, siamo rimasti colpiti dal loro scarso numero: ce n'erano poche e tutte rotte, nascoste a pezzi sotto la sabbia. Una situazione ben diversa dai ritrovamenti avvenuti finora, dove i contenitori di terracotta erano preponderanti e formavano cumuli imponenti. Ciò lascia supporre che il carico della nave fosse fuori dagli schemi delle onerarie romane e che buona parte dello spazio sottocoperta fosse occupato da merce deteriorabile e voluminosa, come la lana, di cui il territorio di Nuova Cartagine era ricco, o come i manufatti di pelle o altro, che se fossero rimasti all'aperto si sarebbero potuti rovinare a causa degli spruzzi e del salino. Il quesito è appassionante ed è probabile che gli archeologi, un giorno, possano dare una spiegazione.
Il capitano diede ordine agli scaricatori di portare i lingotti di bronzo a bordo. L'equipaggio aveva già predisposto sul ponte, quasi certamente tra la cabina e l'albero maestro, cioè a mezza nave, una sorta di rudimentale bancale fatto con grosse travi quadrangolari e parallele tra esse, sistemate di traverso alla coperta. Gli uomini di fatica, per lo più robusti schiavi provenienti dal nord Africa, per imbarcare i bronzi sulla nave dovettero adoperare un palo lungo un paio di metri, da portare su una spalla come il braccio di una portantina, a cui veniva appesa una rete a maglie larghe. Dentro la rete, usata come un sacco, erano stati collocati sicuramente uno o due bronzi, per un peso, quindi, che poteva oscillare tra gli 80 e i 160 chili. A conferma di questa ipotesi è stato trovato uno spezzone di rete, ormai calcificato, nascosto nella sabbia, proprio in mezzo alle travi del bancale.
I bronzi sono stati accuratamente ordinati su quattro o forse sei file e impilati l'uno sull'altro in tre o quattro strati. Per tenerli fermi, e non farli cadere a causa del rollio e del beccheggio dello scafo in navigazione, tra le varie file erano state incastrate alcune assi, probabilmente legate e inchiodate. In questo modo, il carico era praticamente ingabbiato e ben saldo persino con la nave inclinata sottovento.
Sia che il lungo viaggio di ritorno fosse iniziato a Cadice, sia che fosse cominciato a Nuova Cartagine, è comunque da quest'ultima località che la nostra nave prese la rotta dell'alto mare. Per esserne sufficientemente certi basta studiare una carta nautica della zona. Approfittando di una bella giornata con vento teso da sud ovest, da quelle parti molto frequente a causa della situazione meteorologica determinata dalla vicinanza delle Colonne d'Ercole, oggi Stretto di Gibilterra, il capitano fece mettere la prua sulle Baleari con tutte le vele a riva: la vela maestra era tenuta alta e gonfia, come faremmo oggi con lo spinnaker, e sopra di essa erano state spiegate due vele di gabbia; l'albero di trinchetto, più piccolo di quello maestro e inclinato in avanti di circa 45 gradi rispetto ai velieri moderni, sorreggeva la vela di artimone, che nell'andatura in poppa dava una buona stabilità di rotta. Protetto dal vento e dagli spruzzi, il capitano aveva una completa visione della barca e delle vele, e poteva intervenire tempestivamente in caso di bisogno con ordini secchi e precisi.
Un marinaio, in piedi sul tetto della cabina, era a pochi metri davanti a lui e manovrava il lungo timone laterale tenendo la barra con entrambe le braccia. Le Baleari, così isolate in mezzo al mare, erano considerate un mondo abbastanza a se stante. Dopo la fine dello strapotere di Cartagine sul Mediterraneo, nel 123 avanti Cristo l'arcipelago, composto da Pitiusa, che adesso si chiama Ibiza, Maiorica e Minorica, venne conquistato dal console Quinto Cecilio Metello, il quale per questa ragione passò alla storia come il Balearico, ed entrò ufficialmente a far parte dei territori romani della Spagna Citeriore, il cui capoluogo era Tarragona. Vi si stabilirono circa tremila coloni provenienti da Roma, che si mescolarono alla popolazione locale per romanizzarla; si trattava in gran parte di contadini e di confinati politici, che in questo modo venivano allontanati dall'Urbe e messi in condizione di non nuocere. Essendo piuttosto fuori mano e di scarsa importanza commerciale, le isole, in realtà, vennero abbastanza trascurate, tanto da diventare quasi autonome, se non ufficialmente almeno nella pratica. Così accadde che nelle poche città costiere toccate dal traffico navale di passaggio e più direttamente influenzate dagli usi e costumi dell'impero, lontanissimo ma comunque ben presente nei pensieri della gente, si vivesse secondo i canoni di Roma e si cominciasse a sentire la forte influenza del Cristianesimo, mentre all'interno, nelle piccole comunità locali sperdute nei boschi e nei campi, la vita continuasse secondo ritmi e abitudini ancestrali. Sulla costa, dunque, si respirava l'aria della Capitale, nell'interno ancora quella dell'Età del Bronzo, con le sue limitazioni e i suoi inquietanti rituali. Il capitano era un uomo di mare esperto, in caso contrario non avrebbe potuto intraprendere un viaggio del genere. Quasi certamente aveva già navigato su quella rotta e conosceva approssimativamente i posti. Fin che il vento teneva, valeva la pena di andare avanti, per cui è probabile che non si sia fermato a Pitiusa, dove c'era solo un ridosso in caso di burrasca e poco altro. Deve aver rasentato l'isola, lasciandola preferibilmente a sinistra, e deve aver proseguito per Palmaria, l'attuale Palma, fondata da Metello sulla costa meridionale di Maiorica. Qui potrebbe aver dato fondo all'ancora per ripristinare le scorte di acqua e di vegetali. Dopo di che aveva due possibilità: costeggiare la lunga catena montuosa del versante di nord ovest dell'isola, con un solo piccolo e insicuro ridosso a metà strada, oppure girare a sud e navigare lungo la costa meridionale, bassa e frastagliata, con parecchie cale protette a disposizione in caso di bisogno. Oltre a Palmaria, a Maiorica c'era soltanto un'altra città: Pollensa, che si chiama così anche oggi e si trova in una profonda e riparatissima baia affacciata proprio sul canale che divide la più grande isola delle Baleari da Minorca, che per i latini, a quei tempi, era Minorica. Furono molto più tardi gli arabi a trasformarne il nome in Minorka, e successivamente gli spagnoli cambiarono la "k" con la "c". Visto come andarono le cose, pensiamo che il capitano abbia scelto la rotta bassa, un po' più lunga ma meno insidiosa, e che non sia andato a Pollensa. Se ci fosse stato, forse non sarebbe naufragato, perchè non avrebbe mai lasciato il porto con in vista una burrasca da levante, da affrontare di prua e magari proprio nel mezzo del canale, battuto da correnti fortissime che si scontrano con il vento e provocano onde particolarmente alte e ripide. Deve essere stata, infatti, una tempesta da est - nord est ad affondarlo, almeno stando al luogo dove abbiamo rinvenuto i resti della sua imbarcazione, Ma anche questo è da provare. Minorca è la più orientale delle Baleari e per il capitano della nostra nave rappresentava l'ultimo lembo di terra prima di intraprendere il grande salto in mare aperto che lo avrebbe portato ad attraversare molto al largo il Golfo del Leone fino a raggiungere la Sardegna, dove all'occorrenza avrebbe potuto concedersi una breve sosta ristoratrice nell'accogliente ridosso di Porto Conte, accessibile con qualsiasi mare. Ma se le Baleari erano già considerate un mondo a sè, Minorica lo era ancora di più, essendo la più lontana dalla terraferma. Pur essendo meno grande di Maiorica, aveva tre città, ognuna con il suo porto, e numerosi ridossi: Mago, oggi Mahon, sorgeva poco oltre l'imboccatura del suo lunghissimo fiordo, a sud dell'isola, ed era la sede del municipio romano;
Jammo, l'attuale Ciudadela, era affacciata sul canale, quasi di fronte a Pollensa; e poi c'era Sanicera, che non esiste più e si trovava nel piccolo e pantanoso fiordo di Sanitia, subito a occidente dell'imponente massiccio roccioso di Capo Cavalleria. Oggi di questa città sono rimaste solo alcune fondamenta di edifici, che si indovinano tra le erbacce. Ma in virtù della sua posizione, ben messa per chi faceva vela verso l'Italia, doveva essere molto frequentata dal naviglio mercantile già al tempo dei fenici. Lo provano moltissime anfore di varie epoche e provenienze recuperate sui fondali dell'ampia baia che le sta dinanzi e che ha la particolarità, pur essendo a nord, di essere in calma persino quando soffia violentissimo il grecale, tanto che nel Medioevo, quando già Sanicera non era niente più che un flebile ricordo, i pescatori la soprannominarono la Baia Santa: chi riusciva a infilarsi lì dentro nel pieno di una bufera da nord est era sicuro di portare a casa la pelle. Si sa poco di Sanicera e si sa ancor meno della sua fine: dove sorgeva ci sono solo sassi, cespugli rinsecchiti, qualche malandato pontile di legno e poche capre semi selvatiche. Come mai è stata completamente abbandonata e rasa al suolo, al punto che non ne è rimasto neppure un piccolo borgo marinaro? Per il momento nessuno è riuscito a dare una risposta a questa domanda.
Dai naviganti che solcavano le grandi rotte del Mediterraneo, Minorica era vista con sollievo, perchè rappresentava sia l'avamposto della Spagna per coloro che provenivano da Oriente, sia l'ultimo rifugio per aspettare il momento propizio per arrischiare il grande balzo verso l'Italia.
Ma era vista anche con una certa preoccupazione, se non addirittura con paura, un po' a causa della sua incerta meteorologia, dato che da quelle parti il tempo cambia rapidamente, e molto per via dei suoi abitanti, considerati gente dura, determinata, rozza, che nell'interno dell'isola viveva ancora in case rudimentali: buche scavate nella terra e ricoperte di lastre di pietra, come facevano i loro antichi progenitori. Nei primi secoli dopo Cristo, quando già sulla costa si seguiva la dottrina cristiana, i minorchini che vivevano fuori dalle città continuavano ad adorare i loro dei pagani e celebravano i loro riti nelle caverne. E tutti si ricordavano della sinistra fama che avevano i "fiondatori balearici": guerrieri indomiti, che andavano all'assalto nudi, con addosso solo tre fionde di diversa misura. Una in mano, una arrotolata intorno alla testa e l'altra avvolta intorno alla vita. Con quelle semplici armi seminavano il terrore, perchè avevano una mira infallibile. Annibale, a suo tempo, ne aveva arruolati 500, che rappresentarono la punta di diamante del suo esercito e, prima che la fortuna cambiasse, contribuirono fattivamente a sconfiggere le pur organizzate truppe romane all'epoca in cui erano in guerra contro Cartagine. Metello, quando espugnò Mago, per riuscire ad avvicinarsi alla riva e far sbarcare i suoi fanti dovette avvolgere le navi in una robusta protezione di teli di cuoio, che ripararono i soldati dalla fitta e micidiale sassaiola che li tempestava dall'alto delle impervie scogliere. Nel periodo in cui la nostra nave si stava avvicinando a Minorica, la sua popolazione era molto più tranquilla di un tempo e le fionde servivano soprattutto per andare a caccia. Ma i marinai sapevano che con i minorchini non si poteva troppo scherzare.
E lo sapeva certamente anche il capitano della nostra storia, il quale, probabilmente, desiderava fermarsi nell'isola solo il tempo necessario per ripristinare le scorte di viveri e ripartire appena possibile. Il porto più sicuro e più comodo al di là del canale, era sicuramente Mago, praticamente sulla sua rotta.
Là c'erano le autorità romane con i loro soldati, che garantivano pace e sicurezza, e la avrebbe potuto aspettare i venti favorevoli per compiere la traversata sino alla Sardegna. Qualcosa però dovette costringerlo a cambiare programma. Quasi certamente fu il vento, che invece di spingerlo gli si mise inaspettatamente contro, provenendo da levante.
Succede spesso da quelle parti. A quel punto la nave era già nel canale tra Maiorica e Minorica.
Il capitano aveva tre scelte possibili: tornare indietro e rifugiarsi in una rada; fare rotta su PoIlensa, all'estremità settentrionale del braccio di mare, e lì fermarsi ad aspettare tempi migliori; prendere il vento al traverso e proseguire la navigazione per raggiungere il ridosso dell'isola che aveva davanti, mettendo la prua su Jammo, l'attuale Ciudadela. E' probabile che il capitano abbia preferito quest'ultima opzione, l'unica che gli faceva guadagnare strada. Ma a Jammo non entrò mai. Perchè altrimenti non si spiegherebbe il motivo del naufragio: una volta dentro il porto, non ne sarebbe più uscito se non quando avesse avuto la certezza di poter proseguire il viaggio. E non sarebbe affondato nel tentativo di doppiare Capo Nati, distante solo poche miglia. Dopo aver raggiunto la costa di Minorica e aver scapolato Cap d'Artrutx per potersi dirigere verso la futura Ciudadela, il capitano si trovò a solcare le acque inaspettatamente tranquille della grande baia che fronteggia il porto. Non essendo dì lì, non poteva sapere che quello era l'unico tratto ridossato dell'isola con il vento da levante e deve aver deciso di proseguire la navigazione sino a Senicera, dove avrebbe aspettato il momento buono per cominciare la parte più impegnativa della rotta.
Il passaggio di Capo Baìoli, all'altra estremità della baia, non gli diede certamente alcun problema: guardando verso il largo si vedevano sicuramente le creste bianche delle onde, ma la sensazione era quella di poter navigare rasente alla scogliera con una sufficiente tranquillità. Con un po' di fortuna sarebbe riuscito ad arrivare sino al ridosso di Capo Cavalleria, dove avrebbe gettato l'ancora in attesa che gli elementi si placassero. Ma man mano che si avvicinava a Capo Nati, il vento dal traverso si spostava sempre più verso prua e le onde diventavano sempre più gonfie e frangenti. E quando la nave fu al traverso della punta, con l'imponente bastione roccioso di Capo Cavalleria che si vedeva ormai a portata di mano, neppure a una decina di miglia di distanza, il vento ebbe probabilmente un giro improvviso e violento verso nord est, e il mare le si rovesciò addosso con violenza. Le navi, allora, potevano sopportare al massimo una bolina larga, ma non erano fatte per stringere l'andatura. E così la nostra barca si trovò in balia dei marosi, quasi certamente con gli uomini dell'equipaggio che cercavano disperatamente di adeguare le vele alla mutata situazione. Forse perse un albero, forse riuscì semplicemente a virare per tentare di raggiungere il vicino ridosso di S'Amarador, un'insenatura rocciosa con in fondo una piscina di acqua verde e trasparente a un miglio o due di distanza. Forse, senza quell'enorme carico in coperta, che la sbilanciava e la rendeva zoppicante, la nave ce l'avrebbe fatta a mettersi in salvo. Ma l'incastellatura di assi che ingabbiava i pani di bronzo si ruppe sotto l'impatto di un'ondata più forte delle altre e i pesanti lingotti degli strati più alti volarono per il ponte come proiettili, disintegrarono le fiancate, frantumarono la prua.
L'acqua si riversò nella stiva e la nave, in breve, colò a picco, posandosi sul fondo, a 50 metri, in assetto di navigazione, perchè il grande peso concentrato in mezzo la mantenne dritta anche mentre si inabissava.

Il suo viaggio era finito nelle profondità di Minorica, dove l'abbiamo trovata. Sulla sorte del capitano e dei suoi marinai è difficile azzardare ipotesi. In quella zona le scogliere sono alte e inaccessibili, ma forse, con il vento da levante, un buon nuotatore potrebbe riuscire a mettersi in salvo.
Sono passati 1.700 o 1.800 anni da quei drammatici eventi Le banchine del pittoresco porto di Ciudadela gremito di imbarcazioni, sono inondate di sole e il cielo è quasi blu, al di sopra delle vecchie case che si affacciano sullo stretto fiordo. Siamo all'inizio della primavera del 2000, i turisti non sono ancora arrivati e in giro c'e poca gente, perchè non sono neppure le quattro del pomeriggio. Fuori da un bar con i tavoli di legno, frequentato soprattutto dai vecchi del posto, incontriamo un pescatore che conosciamo. I soliti convenevoli, poi lui fa, con aria misteriosa: "Avete saputo che cosa hanno trovato?". No, non sappiamo niente. "Hanno trovato una nave, una nave antica, forse romana, carica di lingotti di metallo". Chi l'ha trovata? "Pare che siano due pescatori professionisti. No, non si sa chi sono, nessuno dice niente".
Ogni giorno c'è qualcuno che scopre qualcosa in fondo al mare: un relitto, uno scoglio pieno di corallo, una secca favolosa. La maggior parte delle volte è pura fantasia. Così non ci incuriosiamo più di tanto e lasciamo perdere. Del resto abbiamo già il nostro bel daffare per cercare le torpediniere "Pegaso" e "Impetuoso" della Marina Militare Italiana, affondate dai rispettivi comandanti nel 1943 nel canale che divide Minorca da Maiorca (SUB n. 198, 199, 200, 201). E non possiamo mettere troppa carne al fuoco.
Ma pochi giorni dopo un altro pescatore butta li una frase sibillina, e la nave antica riappare nei nostri pensieri. Da qualche parte intorno a Ciudadela ci deve essere davvero, ma dove?
Ne parliamo a José Almagro, un bravissimo subacqueo e uomo di mare che conosce i fondali dell'isola meglio di casa sua e fa parte della nostra équipe. E José, inaspettatamente, sa tutto, o quasi.
Non sono voci senza fondamento quelle che circolano per il porto.
Sembra proprio che sia tutto vero, ma tutto è circondato dal massimo riserbo. Qualcuno ha visto qualcosa, ha sentito qualcosa, ma non si sa chi siano di preciso gli scopritori, che evidentemente vogliono mantenere l'anonimato. Pare che sul relitto ci fossero pani di metallo, probabilmente bronzo. Ma come l'hanno trovato? Forse si è agganciata una rete, qualcuno è andato giù con le bombole e ha visto sul fondo una serie di oggetti rotondi, in fila e bene ordinati. Sembravano grossi sassi ricoperti di alghe, ma erano tutti uguali, fatti con lo stampo, e il sub se ne intendeva di mare, quegli affari non potevano essere scogli. Era roba fatta dall'uomo. Comunque è meglio lasciar perdere e non immischiarsi in faccende che non ci riguardano. Ok, messaggio ricevuto. D'altronde è tutto così incerto, e poi le storie di banchina sono spesso esagerate.
Nei mesi che seguono siamo impegnati a immergerci sulle due torpediniere italiane, che finalmente abbiamo trovato a un centinaio di metri di profondità, e alla nave antica non ci pensiamo più. O quasi. A riportarcela in mente è di tanto in tanto qualche novità: il cameriere di un bar che dice di aver sentito due uomini parlare di un relitto antico a una cinquantina di metri di profondità, un farista che assicura che nella zona è stata trovata una nave carica di bronzo, un marinaio che giura che la scoperta è avvenuta non tanto lontano da S'Ammarador, un giornalista locale che indaga con discrezione sulla vicenda e ci fa un mucchio di domande come se noi dovessimo sapere la verità. Come si propagano notizie tanto segrete? Be si sa com'è: le lunghe serate all'osteria qualche birra o qualche bicchiere di vino in più e ci si lascia scappare una parola di troppo. La solita storia, che si ripete uguale in tutti i porti e in tutte le epoche. C'è sempre qualcuno che parla e qualcuno che ascolta.
Difatti, l'eco della scoperta è rimbalzata anche a Mahon, all'altro capo dell'isola. Al telefono, Jordi Moya Riera e Alejandro Fernandez Alonso, entrambi medici iperbarici, provetti subacquei tecnici e membri del nostro team di sommozzatori e ricercatori, ci dicono che, attraverso uno strano e complicato giro di conoscenze, sono arrivati in possesso di una serie di coordinate geografiche ove dovrebbe esserci la nave antica di cui abbiamo sentito parlare. Ma non c'è da giurarci, aggiungono. Controlliamo sulla carta nautica e vediamo che, in effetti, latitudine e longitudine ci mettono in un punto al largo della costa tra Capo Baìolì e Capo Nati. E ciò corrisponde pressappoco alle indiscrezioni già pervenute. Qualcosa di vero potrebbe esserci, dunque. Bene, un giorno, chissà quando, controlleremo. Per il momento abbiamo già molto lavoro da svolgere a profondità decisamente impegnative: la documentazione fotografica e l'esplorazione del "Pegaso" e dell"'lmpetuoso" si svolgono a rilento per via delle condizioni ambientali, abbastanza difficili.
Passano i mesi e del relitto carico di bronzi non si parla più. Si sa soltanto che i due pescatori che l'hanno individuato alla fine non ne hanno fatto niente, perchè senza adeguate attrezzature non vi si può trovare alcunché di interessante. La nave, perciò, è tornata nell'oblio.
Alla fine di agosto del 2002 il vento non molla la presa e ci impedisce di andare a fare le immersioni profonde nel canale. Maurizio Macori, che del gruppo, nonostante sia geologo, è quello che si cura della messa a punto delle attrezzature e che ne inventa di nuove quando servono, meritandosi ampiamente il soprannome di Archimede, ha appena costruito una telecamera subacquea da trainare dietro la barca e dobbiamo provarla. Però non ci si può spingere troppo lontano per via del mare. Dove potremmo andare? Ma nel punto dove dovrebbe essere la nave antica, perbacco! E' abbastanza vicino. E così salpiamo con il nostro "Pegaso 2" dalla marina di Cala'n Bosch in un giorno di allegro grecale. Arrotolati nel pozzetto ci sono duecento metri di robusto cavo di nailon con l'anima impermeabile per le connessioni video.
Quando siamo sul posto, più o meno al traverso di Capo Nati, con qualche difficoltà a causa delle onde caliamo la telecamera, che ci trasmette in plancia le immagini del fondale: sabbia bianca e granulosa e rocce basse ricoperte da una corta e scura vegetazione. La profondità, di 50 - 55 metri, corrisponde a quanto ci era stato detto, ma non notiamo niente di speciale, niente che ci possa far pensare ai resti di una nave antica. Cominciamo a trainare e l'occhio elettronico ci fa vedere sassi, alghe, vaste distese di arena. Anche il quadrante della sonda mostra il fondo come un lungo e piatto profilo, senza alcun rilievo.
Come temevano Jordi e Aleìandro, la segnalazione arrivata da Mahon qualche mese prima non sembra veritiera. Però non disperiamo e proseguiamo le ricerche, facendo una rotta a zig zag, avanti e indietro. Dopo un paio d'ore, la linea dell'ecoscandaglio è sempre orizzontale, mentre lo schermo mostra qualcosa: una doppia fila di macchie scure e rotonde sulla sabbia. La visione dura solo un attimo, ma chissà... Marchiamo il punto e cerchiamo di ripassarci sopra. Inutile, le macchie non si vedono più. E non riusciamo più a rintracciarle nonostante ripetuti tentativi. Abbiamo sognato?
Claudio Corti, nostro collaboratore da tanti anni e General Manager e Trainer Instructor della Trimix Scuba Association, ci aspetta a terra. A lui il lavoro noioso di ricerca dalla superficie non piace, per cui cerca sempre di scantonare con una scusa o l'altra. Gli raccontiamo del presunto avvistamento e decidiamo di andare a controllare di persona. Lo facciamo il giorno dopo e ci immergiamo a turno, a breve distanza l'uno dagli altri. Non troviamo niente, evidentemente le macchie insolite trasmesse dal video erano ciuffi di alghe, ma ci rendiamo conto che per combinare qualcosa di buono su un fondo di quel genere, senza alcun punto cospicuo che serva da riferimento, bisogna procedere con metodo e pazienza. Come sempre. E così ci organizziamo, perchè nel frattempo la semplice curiosità che ci animava si è tramutata in qualcosa che ormai conosciamo bene, in un fremito che ci pervade e ci spinge ad andare avanti: siamo stati presi dalla febbre della scoperta, della caccia. La caccia a un nuovo relitto sommerso.
Pochi giorni dopo, il "Pegaso 2" riparte da Cala'n Bosch.
A bordo ci sono Maurizio, Claudio, Pera Calafat Torres, cha fa l'assistente di superficie, e ci siamo noi. Scenderemo a turno, ma non a casaccio come la volta scorsa. Ci fermeremo a metà strada fra Capo Nati e Capo Bajolì, sulla batimetrica dei 52 metri, lanceremo a mare un pedagno e vi legheremo una vistosa boa arancione. Uno di noi si immergerà lungo la cima, raggiungerà una profondità di 35 metri, aggancerà il suo reel e comincerà a nuotare in cerchio, srotolando la sagola, osservando bene i particolari del fondo e allontanandosi man mano dal centro. La barca seguirà le bolle con il GPS acceso, che registrerà il percorso sul plotter. li subacqueo successivo si immergerà a 150 metri di distanza con lo stesso sistema e più o meno sulla medesima batimetrica. Anche questo tragitto verrà riportato sulla carta nautica, e così via. Proveremo ad andare prima verso Capo Nati e dopo, se nel frattempo non avremo avuto alcun risultato, proveremo nell'altra direzione. Si prospetta una ricerca lunga, ma ci siamo abituati. Per trovare il "Pegaso" e l"'lmpetuoso" ci abbiamo messo tre anni! Questa volta tutti ci auguriamo di metterci molto meno. Non useremo l'aria, ma l'Ean 26 abbinato all'ossigeno puro da respirare a 6 metri, in modo da poter scendere sino al fondo in caso di bisogno e nello stesso tempo avere una curva di sicurezza più favorevole e una decompressione più corta.
Il primo ad andare giù è Maurizio Macori, quindi è il turno di Claudio Corti, poi tocca a noi. lì fondale è monotono e tutto uguale: sabbia, rocce basse e allungate, rada vegetazione muschiosa, conchiglie, anemoni, spirografi, cerianti, pochi pesci, corrente sensibile, solo ogni tanto uno scoglio più grosso degli altri. Il giorno dopo è la stessa cosa e lo è anche il giorno successivo. E il giorno successivo di quello successivo. Così per un po'. Tutto viene registrato sul plotter e sulla carta nautica e la griglia che abbiamo preparato viene sempre più riempita con un tratteggio a matita, che praticamente vuoi dire "visto e scartato". Lì, insomma, non c'è niente. Ma il fondale che dobbiamo esplorare è vasto, non c'è da perdersi d animo.
E finalmente la scoperta. Sott'acqua c'è Claudio, che si sposta sempre più lontano dal suo pedagno, mentre noi gli siamo sopra con tutti gli strumenti accesi. Maurizio è risalito da poco e si sta togliendo la muta stagna. Sono ai comandi quando Flory urla: "il palloncino! Ha mandato su il palloncino, ci siamo!". Vedo il galleggiante gonfiabile a forma di salame sbucare in superficie, gli vado di lato e fisso il punto sul GPS premendo semplicemente un pulsante.
E' fatta!
Più tardi Claudio ci racconta che quasi non si accorgeva di essere arrivato sopra il relitto. Da dov'era, a 35 metri, il fondo si vedeva bene, ma sembrava sempre uguale, solcato solamente dalle strisce scure dei pochi scogli che incontrava. In principio, più di una volta gli era venuto il batticuore pensando di vedere il profilo di uno scafo, di una prua, di una polena, di un'anfora, che invece, a un controllo ravvicinato, si rivelavano chiaramente per quello che in effetti erano, solo pietre. Così, quando ha visto alcuni sassoni ricoperti di alghe uno vicino all'altro, in mezzo a un'ampia radura sabbiosa, non vi si è soffermato più di tanto e ha spinto lo sguardo lontano, per indovinare nella penombra che cosa potesse esserci più in là. Poi gli è balzata all'occhio la simmetria: quei grossi sassi erano in fila, allineati due a due, ed erano rotondi, tutti uguali. Difficile incontrare in natura una situazione del genere. Allora Claudio è sceso, si è subito reso conto che si trattava dei bronzi che stavamo cercando e ha mandato a galla il segnale.
Adesso è il nostro turno. Dall'alto, in effetti, i lingotti si vedono appena e possono sembrare comuni sassi, se non fosse per l'ordine con cui sono disposti. Ci fermiamo a 5 o 6 metri dal fondo e cogliamo una visione panoramica del posto. Di primo acchito, a parte i bronzi, che coprono approssimativamente un'area di quattro - cinque metri per due e sono proprio in mezzo a uno spiazzo di sabbia, non si vede nient'altro. Poi quello che sembra un arco di roccia, con spugne incrostanti e spirografi, si rivela essere un'ancora di ferro di un paio di metri di lunghezza, anch'essa appoggiata sull'arena. E' isolata e a sei o sette metri sulla destra della catasta di metallo. E' molto simile a un'ancora di tipo ammiragliato, ma, a un esame attento, ci accorgiamo che le marre sono dritte, piuttosto corte e che al diamante formano quasi una freccia. Una marra, anzi, sembra troncata a metà, e non si notano le unghie. Siamo sorpresi di non vedere la tipica confusione che indica la presenza di un relitto antico, con i frammenti di anfore rotte ammassati uno sopra l'altro. Pare quasi che si tratti di un carico gettato fuori bordo da una nave di passaggio, ma è troppo ordinato e ben messo: doveva sicuramente far parte di un insieme molto più grosso, che lo ha protetto nella discesa verso il fondo. I lingotti sono grandi come una forma di formaggio grana, la parte superiore è coperta da una patina di alghe. mentre quella inferiore, a contatto con il terreno, è pulita e verdastra per via dell'ossido, che ha formato una specie di pellicola. La superficie ha molte piccole protuberanze, non è levigata e apparentemente non ha impressi marchi di alcun tipo. Come invece e accaduto di trovare in altre occasioni. Ciò potrebbe confermare la tesi secondo cui la lega di bronzo sarebbe stata fatta in una anonima fonderia di provincia e che al momento dell'affondamento la nave era effettivamente diretta a Roma, e non viceversa.
Sul "Pegaso 2", mentre torniamo verso il porto, facciamo le prime osservazioni:
certamente non abbiamo per le mani una delle solite navi onerarie. Ci stupisce soprattutto la mancanza di anfore e di vasi. E anche l'ancora è un enigma: non è la consueta ancora romana con il pesante ceppo di piombo. Chissà, magari potremmo aver-trovato i resti di un vascello a vela molto più recente, medioevale o giù di lì, che non trasportava anfore, ma casse piene di mercanzia e botti di rovere che si sono disintegrate con il tempo. Comunque, per il momento stiamo zitti. Non una parola con nessuno.
Il giorno dopo, il tempo è brutto: il cielo è coperto, solcato da scuri e bassi nuvoloni carichi di pioggia, mentre la superficie del mare è agitata dal libeccio. Ma noi siamo tutti lì, in barca, che giriamo con i motori al minimo intorno al pedagno lanciato proprio sulla verticale dei bronzi. Ci sono anche Jordi Moya e Alejandro Fernandez, i quali, avvertiti la sera prima, sono venuti ad aiutarci per fare una prospezione più accurata. Stavolta dovremo rimanere a lungo sul fondo, per cui le bombole sono state caricate con Ean 25, che ci permette di "alleggerire" la decompressione in ossigeno puro. Solo Guido ha un rebreather a circuito chiuso con aria come diluente. Condizionati, purtroppo, dalla situazione meteorologica, tutt'altro che favorevole, andremo giù tutti insieme: Claudio, Maurizio, Aleiandro e Jordi sceglieranno un pezzettino di fondale ciascuno e non si muoveranno di li, esaminandolo con cura, mentre noi ci sposteremo dall'uno all'altro secondo le necessità.
Appena toccato il fondo, ci rendiamo conto di vedere il relitto sotto una luce diversa. Soltanto due strati sovrapposti di lingotti spuntano dalla sabbia, ma, infilando le mani nell'arena ai lati della catasta, sentiamo che ce ne sono altri, certamente caduti dal mucchio nell'impatto con il fondale o durante il successivo sgretolamento dello scafo di legno. E' chiaro che doveva esserci stata un'incastellatura di assi a tenerli fermi, e sotto al mucchio, muovendo appena il sedimento, si vedono alcune travi di notevole diametro e ancora intere. Doveva essere il basamento del carico. E, sempre spostando delicatamente il primo strato di sabbia, ci accorgiamo che sotto i pani di bronzo ci sono molti cocci: pance di anfore, colli, anse.
Assomigliano molto a resti di origine romana: l'impasto è granuloso e grezzo, ma non ha un colore unico. Ci sono frammenti chiari e altri più scuri, segno che a bordo dovevano esserci diversi tipi di contenitori. Longitudinalmente al carico, ma a qualche metro di distanza da esso, lordi trova semi sepolto un lungo tubo di piombo. E' rudimentale: si vede che è stato fatto ripiegando su se stessa a martellate una lastra e unendone i lembi con il fuoco. Che facesse parte del sistema di scarico utilizzato per portare l'acqua infiltratasi nello scafo fino alla pompa di sentina? Non tutti lo sanno, ma i romani avevano già inventato un congegno, azionato da ruote e leve, che gettava i liquidi fuori bordo. Un altro tubo simile viene notato da Alejandro nel lato opposto dello spiazzo sabbioso. E, sempre semi seppelliti nel sedimento, individuiamo altri resti che dovevano far parte della nave affondata: un palo, che potrebbe essere il pennone dell'albero maestro o di trinchetto, vari pezzi di legno più o meno grandi, altri oggetti non identificati e una pesantissima trave di metallo, forse di piombo. Che sia il ceppo dell'ancora principale?
Passano i giorni e le immersioni si moltiplicano. La nave è più grande di quello che sembra, la sua lunghezza potrebbe essere tra i 25 e i 35 metri. Ci siamo accorti che la radura di sabbia che ospita l'ordinato cumulo di bronzi è, in pratica, completamente occupata dal relitto: ovunque si infilino le mani sotto il sedimento si trova qualche reperto. Oltre ai soliti cocci, estraiamo parecchie schegge di legno. Sono nerastre con una delle due superfici di un bel verde acceso. Possibile che si veda ancora la pittura? Una lamina dello stesso colore ci svela il mistero: è di rame ed è verde come il legno. Evidentemente faceva parte della protezione dell'opera viva, rivestita appunto con un sottile ma robusto foglio di rame. Vengono fuori dallo strato superficiale del fondo anche moltissimi pezzi di calcare, caratterizzati da forme bizzarre: uno sembra la statuetta di un cavalluccio marino, un altro la maniglia di un forziere. Per vedere che cosa c'è veramente all'interno della corazza di carbonato di calcio ricorriamo a un espediente. Jordi e Alejandro sono medici e cosa c'è di meglio di una bella radiografia? E così scopriamo che le preziose statuette non erano altro che chiodi saldati tra loro dal tempo: lunghi, leggermente ricurvi e a sezione quadra, con la capocchia rotonda. Erano certamente i chiodi serviti per tenere insieme il fasciame dello scafo. E diciamo "erano" perchè, in effetti, i chiodi non ci sono più: dissolti, mangiati dal mare nel corso dei secoli. Ciò che si vede, dentro la concrezione che li avvolge, è lo stampo: al loro posto sono rimasti soltanto uno spazio vuoto e una sottile pellicola di ossido.
Al capo opposto dello spiazzo notiamo una roccia a cui sembra si sia unita indissolubilmente una catena. Ma non si tratta veramente di una catena. La guardiamo bene e ci accorgiamo che quelli che noi crediamo anelli di ferro sono anse di terracotta appartenenti al collo di piccole anfore che non ci sono più, disintegrate anch'esse dalla furia degli elementi. E notiamo che non tutti i lingotti di bronzo sono al loro posto. Ne vediamo alcuni isolati a parecchie decine di metri di distanza dagli altri, qualcuno è infilato di traverso nella sabbia. Sono certamente quelli che, non più trattenuti dall'ingabbiatura che li imprigionava, hanno falciato il ponte come arieti, seminando il terrore fra l'equipaggio, sfondando fiancate e paratie e determinando, probabilmente, il naufragio.
Chiusi, la sera, nello studio della nostra base minorchina, cerchiamo di capire i segnali pervenuti sino a noi dal mondo antico. Prima di tutto sarebbe stato interessante stabilire l'età del relitto e poi valutare la reale importanza del ritrovamento. Cominciamo a consultare libri di architettura navale, di storia, di antropologia, di arte antica, di traffici marittimi, di attrezzature nautiche dei tempi passati. Un grosso aiuto ce lo forniscono Elvira e Vincenzo Palmiotta, che ci mettono a disposizione numerosi e rari volumi sulle origini storiche di Minorca, dove possiamo attingere molte informazioni. Ma per avere qualche fondamento scientifico serio ci vuole un archeologo. A chi rivolgersi? In Spagna non ne conosciamo. Così telefoniamo al dottor Enrico Ciabatti, archeologo subacqueo di Firenze con il quale abbiamo avuto modo di collaborare parecchi anni fa, gli facciamo una relazione, gli mandiamo una lunga serie di fotografie e aspettiamo. Siamo fortunati, perchè anche la moglie di Ciabatti, Giulia Pettena, è un'archeologa navale e subacquea. Prima, però, per non creare antipatici malintesi, è necessario "regolarizzare" la scoperta, cosa che viene fatta presso le autorità competenti spagnole, le quali si dimostrano molto comprensive e ci danno l'autorizzazione a procedere. Possiamo fotografare, pubblicare il reportage e fare una prima prospezione informativa del sito. Ora siamo a posto. E infatti Ciabatti e Pettena si sbottonano, naturalmente con tutte le riserve del caso: quelli che abbiamo scoperto dovrebbero essere i resti di una nave mercantile databile tra il primo e il terzo secolo dopo Cristo. Tardo Impero, insomma. Ma mentre la potenza e l'influenza di Roma a quei tempi erano ormai avviate verso la fine, si può dire che la nostra avventura sia appena cominciata, perchè ciò che rimane della nave è ancora tutto nascosto sotto la sabbia, con i suoi interrogativi e le inevitabili sorprese. E chissà che un giorno non troppo lontano gli archeologi possano chiarire in maniera definitiva come si siano svolti esattamente gli avvenimenti che ci hanno coinvolto. Perchè al di là di tutte le ipotesi più o meno verosimili che si possono azzardare, le uniche cose davvero certe fino adesso sono che un antico mercantile è naufragato nelle vicinanze di Capo Nati, a Minorca, e che il suo carico è apparso decisamente insolito. Tutto il resto è ancora al centro delle nostre ricerche e non è escluso che in futuro non possa subire modifiche anche sostanziali. Ma questo, si sa, fa parte del gioco.
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Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2007

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